"Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?". Nelle canzoni dei grandi cantautori c’è sempre, se non proprio una risposta, almeno una domanda capace di aiutarci a capire il presente anche a trent’anni dall’uscita del brano. Questa, per esempio, viene da Chi ruba nei supermercati?, una canzone di Francesco De Gregori del 1992, quando l’Italia era ormai agli sgoccioli della Prima Repubblica (ci arriviamo). Un brano che sembra perfetto per raccontare le proteste di piazza del 2026, a Milano e non solo, tra vetrine spaccate, saccheggi e tutto ciò di cui cronaca e politica si stanno occupando in questi giorni. O meglio, per raccontare la nostra reazione a questi fatti e alla loro narrazione: il disorientamento di fronte alla necessità di scegliere, questo o quello, e di schierarsi a tutti i costi, almeno tra i due contendenti che ci vengono proposti. Ma è proprio qui, lascia intendere De Gregori, che si nasconde la trappola.
La canzone di De Gregori che spiega gli scontri di piazza di questi giorni
Inserita nell’album Canzoni d’amore (1992), con accenni marcati al country-folk di Bob Dylan – il mito di De Gregori – e citazioni qua e là – dall’opera L’opera da tre soldi di Brecht, per cui "svaligiare una banca è delitto assai meno grave che fondare una banca", al grande inno folk statunitense Which Side Are You On?, reso celebre da Pete Seeger – è una delle canzoni più incisive di uno degli album più avvelenati del Principe, ovviamente nascosto dietro un titolo civetta (il gioco si svelerà solo nella conclusiva Rumore di niente, con un "l’avevi creduto davvero che avremmo parlato d'amore?"). Canzoni d’amore, quindi, ma non nel senso classico del termine: queste – tra cui Chi ruba nei supermercati? – sono canzoni d’amore per il proprio Paese, per ciò che ci succede intorno, per il sociale, per l’essere umano in sé.
La cronaca dura e pura, in questo senso, era entrata nella poetica di De Gregori dalla seconda metà degli anni Ottanta, un’epoca del bengodi (la Milano da Bere) su cui il cantautore romano – classe 1951, quindi appartenente a una generazione precedente, quella dei Settanta – aveva assunto uno sguardo critico e scettico, in dischi spietati ma in realtà non sempre riuscitissimi, come il precedente Mira Mare 19.4.89, con la data in sovraimpressione, come fosse la prima pagina di un quotidiano. Stesso spirito in Canzoni d’amore, ma con un’ispirazione più accesa e romantica: con capolavori come Tutto più chiaro che qui – nove minuti di preghiere rivolte al padre allora anziano, per chiedergli se davvero, una volta vecchi, si capisce tutto della vita, anche le ingiustizie – è il miglior De Gregori dopo la prima fase, più surreale e costellata di vere pietre miliari, chiusa con Titanic (1982).
Esce il 29 agosto 1992, a cavallo dell’esplosione dello scandalo di Mani Pulite (le prime avvisaglie erano di aprile, la pioggia di avvisi di garanzia arriverà in autunno), tra profezia e denuncia, sempre parlando di un’Italia alla rovina morale, corrotta e disposta a tutto. E diventa un grande successo commerciale, il nono più venduto della stagione, accanto ad Achtung Baby degli U2 e Hanno ucciso l’Uomo Ragno degli 883. Curiosità: anche in Canzoni d’amore compare l’Uomo Ragno, un soprannome dietro cui si nasconde Bettino Craxi, allora segretario del Partito Socialista e simbolo della politica degli anni Ottanta, di lì a poco travolto dalla slavina di Tangentopoli; a lui De Gregori dedica La ballata dell’uomo ragno, con versi sprezzanti come "è solo il capobanda, ma sembra un faraone» e «si atteggia a Mitterrand, ma è peggio di Nerone", anche se più di recente finirà per rimpiangerlo.
Il punto, semmai, è la domanda in sé, questo chiederci di scegliere tra "buoni" e "cattivi"
Di certo non ha niente da rimpiangere su Chi ruba nei supermercati? che, dicevamo, fotografa bene la situazione che puntualmente si presenta con gli scontri di piazza. Come già Edoardo Bennato in In fila per tre (1974), sulla necessità a tutti i costi di distinguere tra "buoni" e "cattivi", a patto che a dare la patente in questione siano i "buoni", De Gregori riparte dalle stesse basi: non conta tanto la battaglia tra microcriminalità privata (chi ruba nei supermercati, appunto) e criminalità di Stato (chi li ha costruiti rubando), anche se non è impossibile, in Canzoni d’amore, leggere una certa simpatia per i primi a dispetto dei secondi, per i piccoli contro i potenti; il punto, semmai, è la domanda in sé, questo continuo chiederci di scegliere – lascia intendere il cantautore – che la politica e la narrazione comune ci sottopongono, imponendoci di prendere a tutti i costi una parte, non fosse che ci si ritrova a prenderla tra piccoli e grandi delinquenti. Sottinteso: a portare avanti questa lettura della realtà sono quasi sempre i secondi, che denunciano i primi forti di uno strapotere politico, finendo di fatto per servirsi di loro per accrescere il proprio status.
"Noi" – De Gregori, qui, usa spesso la prima persona plurale, identificandosi con la gente comune che non ruba nei supermercati né li ha costruiti rubando – ne siamo vittime, costretti a scegliere. Il Principe smaschera questa dinamica, riporta a terra il gioco del potere, senza per questo riabilitare necessariamente i piccoli criminali. Se davvero dovessimo decidere a tutti i costi, da che parte staremmo? A ciascuno la propria risposta: il bello di questa canzone è che non ne dà una, pone solo una domanda, per ricordarci la malafede di chi la ripete e che la realtà non è sempre bianca o nera, buoni contro cattivi.
È nato vicino Roma nel 1995, è un giornalista e si occupa soprattutto di storie italiane, cultura pop, musica e calcio. Collabora con Repubblica, ICON e Internazionale, dove ha lavorato anche come documentarista e dove oggi tiene una rubrica di canzoni sul mensile per bambini, Kids. Prima, ha scritto su Rolling Stone, IL e L'Espresso, fatto l'autore qua e là e preso il tesserino da Professionista.
