"Latte" di Marina Zucchelli: il romanzo sulle balie e sul corpo femminile

Il corpo femminile ha sempre avuto un valore fondamentale per le società. La maternità, le violenze, i diritti, i dinieghi, le rivoluzioni passano da lì. E, da sempre, è portatore di storie, private o collettive, dentro le quali generazioni di donne hanno imparato a vivere. Latte (Rizzoli), romanzo d’esordio di Marina Zucchelli, fa incontrare due donne di classi sociali diverse, con un’educazione opposta, ma che il destino mette una di fronte all’altra davanti al grande tema della maternità.

La vicenda si svolge a Bologna, nel 1959. Olimpia e Ada vivono nella stessa casa e sono madri dello stesso bambino, anche se in modi diversi. Olimpia appartiene alla borghesia, è istruita ed è cresciuta dentro quella che si chiama “rispettabilità borghese”: matrimonio, figli, famiglia, un futuro già segnato. Ada, invece, arriva dalla Ciociaria, da un mondo contadino, e ha guardato negli occhi la miseria. Ha appena partorito ed è stata scelta come balia per il figlio di Olimpia. È costretta, quindi, a lasciare il marito e i propri bambini per trasferirsi a Bologna, in una casa che non è la sua, a nutrire con il proprio latte un figlio che non è il suo.

Il latte, quindi, è il centro del romanzo. Non solo nutrimento, ma lavoro, merce, denaro, potere e soprattutto corpo. Zucchelli racconta una pratica che sembra appartenere al passato, ma in realtà sono ancora vive le persone che hanno fatto parte di quel sistema: il baliatico mercenario che, attraverso il corpo delle donne povere, diventava una risorsa economica. In Latte si vede la mercificazione del corpo ridotto praticamente a un animale da nutrimento. Le aspiranti balie, infatti, venivano reclutate e sottoposte a ispezioni meticolose: denti, seno, salute era valutato e aveva un preziario. Marina Zucchelli ha incontrato una delle ultime balie della Ciociaria e da questa testimonianza ha sentito l’esigenza di riportare alla luce un mondo in cui maternità e sopravvivenza si mescolavano.

La copertina del libro di Marina Zucchelli

Ciò che fa il romanzo, però, non è giudicare ciò che è giusto o sbagliato, non esiste una divisione troppo semplice tra vittime e privilegiate. Olimpia, per esempio, che appartiene alla classe abbiente, in realtà è anche lei prigioniera dei costrutti sociali. Certamente ha studiato, viaggiato e non ha mai conosciuto la povertà, ma scopre che non è libera. La sua stessa maternità è governata da aspettative sociali: non può allattare, perché sconveniente; il corpo deve presto tornare alla normalità e rientrare nel ruolo di moglie. Ada, invece, costruisce la sua libertà impastata da povertà. Il corpo di entrambe non appartiene a loro, ma al ruolo sociale o alla necessità.

Parlare di un corpo femminile è sempre un atto politico e nel caso delle balie era letteralmente un terreno sul quale si incontravano le classi sociali, chi doveva comprare e chi era costretta a vendere. E all’interno di questa economia appaiono vari attori: la Chiesa, le istituzioni, i brefotrofi e solo in ultimo i bambini. Un’intera macchina sociale che dava una risposta all’emergenza dell’infanzia abbandonata, ma che al contempo incrementava separazioni, sradicamenti e una serie di madri e figli costretti a perdersi.

Ma c’è qualcosa che sfugge al denaro e al potere: i legami. Zucchelli racconta che nelle sue presentazioni tantissime persone le hanno raccontato di avere fratelli o sorelle di latte, nate dall’accoglienza e dall’amore, rapporti capaci di sopravvivere per generazioni.

Il latte, da merce, torna ad essere nutrimento. Un corpo che nutre un altro corpo: la forma primordiale della cura. Un gesto che attraversa classi sociali, maternità negate e figli perduti, nel momento in cui la storia non è più sequenza, ma torna a essere carne, memoria e vita.