
Il libro non solo come strumento di studio o di svago, ma come un «compagno di viaggio» che aiuta i lettori a conoscere più a fondo se stessi e sentirsi meglio. Dopo il primo settimana dedicato ai videogiochi, il Festival della Biblioterapia entra nel vivo giovedì 8 ottobre a Laveno Mombello con un momento di confronto sulle basi scientifiche di questo approccio studiato per promuovere il benessere.
I libri come compagni di viaggio
Introdotto dalla moderatrice Elena Emilitri, l’assessore alla Cultura di Laveno Mombello Mario Iodice ha ricordato l’idea che ha portato alla nascita del festival: «Una consapevolezza maturata già nelle aule di scuola su come la letteratura possa aiutare a conoscere le proprie emozioni più a fondo e a vivere meglio».
Iodice ha ricordato come il termine “terapia” per gli antichi greci significava “prendersi cura”. «Una carezza amorevole – precisa l’assessore – da riservare agli altri. Nella biblioterapia, i libri diventano nostri compagni di viaggio: creano inquietudini, fanno nascere domande e aprono l’immaginazione verso nuovi mondi».
Parole, umanità e marketing di fronte alla sofferenza
Nel suo intervento, Michele Corengia, direttore operativo Fondazione Sasso Corbaro, ha approfondito il ruolo delle “Medical Humanities”: un approccio multidisciplinare che punta a rendere più umana la medicina spostandosi dall’aspetto esclusivamente fisico per trattare anche quello sociale, psicologico ed esistenziale.
«Per decenni – ha spiegato Corengia – si è lavorato per spiegare ai medici che oltre agli organi c’è qualcosa di più. Oggi i professionisti della salute sono consapevoli che la cura è una questione che va oltre al paziente e che include anche parenti, “caregiver” e comunità, con un’attenzione particolare al ruolo delle istituzioni, del potere e delle disuguaglianze sociali».
Una responsabilità che secondo Corengia riguarda anche le aziende e i prodotti che producono. Per spiegarlo, lo studioso ha raccontato un esempio reale, al quale ha assistito in un reparto di cure palliative durante l’epidemia di Covid: un figlio che ha donato una bottiglia di Coca Cola al padre in fase terminale durante il loro ultimo incontro. Un gesto semplice, ma con significati personali profondi per entrambi, che ha permesso loro di dirsi addio senza il bisogno di usare le parole.
«Le nostre relazioni – sottolinea Corengia – sono sempre più mediate dai prodotti di consumo, anche nei momenti più delicati. Le aziende dovrebbero esserne maggiormente consapevoli».
«Vite simulate grazie ai libri, per conoscere meglio la nostra»
Alessandra Manzoni, facilitatrice di biblioterapia e consulente scientifica del festival, ha analizzato le varie tappe su cui si muove la biblioterapia, a partire dall’identificazione. «Attraverso l’identificazione – spiega l’esperta – i lettori possono immergersi in una storia e vivere esperienze in modo protetto mediate dal libro stesso. Un’esperienza catartica, che conduce all’introspezione e alla scoperta di nuovi aspetti di sé».
Un processo che coinvolge direttamente dei processi psicologici assodati. «Il libro – sottolinea Manzoni – ci fa vivere esistenze simulate capaci di produrre risvolti concreti nella nostra realtà».
Il sapere? «Un dono da condividere»
Michele Marangi, docente in eCampus Università specializzato in mezzi di comunicazione digitali, ha invitato a cambiare prospettiva su come consumiamo i media. «Ci siamo abituati – suggerisce Marangi – a ritenerci attivi solo se facciamo qualcosa di produttivo. Quando però leggiamo un libro, guardiamo un film o ammiriamo un quadro, non siamo passivi. Stiamo interagendo a un livello diverso, più emotivo».
Per un consumo veramente attivo, secondo Marangi bisogna però imparare a saper selezionare risorse e strumenti per accedere a contenuti digitali di qualità che facilitino il dialogo e stimolino la curiosità. «Il sapere deve essere collettivo. Il digitale mette in contatto le menti. In questo ambito le comunità dei videogiochi sono un esempio: condividono competenza e piacere intorno alla propria passione».
«Oggi non si possono fare i conti senza intelligenza artificiale», aggiunge Marangi, interrogandosi se quando la utilizziamo siamo veramente in grado di applicarla in modo critico o ci limitiamo a scrivere un prompt e ad accettare tutto ciò che riceviamo di ritorno. «L’uso interattivo dell’IA – spiega il docente – è quello in cui si riesce a conversare portando la propria intenzionalità».
Videogame therapy e medicina narrativa, il valore del racconto
Il convegno ha poi tracciato un collegamento con due ambiti differenti, ma sempre legati dalla centralità delle narrazioni.
Francesco Bocci e Matteo Stefano Zanon, psicologi esperti di “Videogame therapy”, hanno costruito un filo di collegamento con le tematiche legate gli aspetti videoludici affrontati durante lo scorso fine settimana, insieme al team giovani del festival e in collaborazione con le cooperative Totem e L’Aquilone.
Professore ordinario all’Università di Modena e Reggio Emilia, Stefano Calabrese ha invece approfondito il tema della medicina narrativa: un approccio basato sul racconto che permette ai pazienti di essere maggiormente consapevoli della propria malattia e del suo impatto nella vita di tutti i giorni e di sentirsi più a proprio agio nel descriverla ai medici. Allo stesso tempo, la medicina narrativa punta anche a migliorare il benessere dei professionisti della salute, aiutando a ridurre le stress e burnout.