Esaurita la funzione riproduttiva, le ovaie continuano a trasformarsi e potrebbero contribuire all’infiammazione che accompagna l’invecchiamento
18 Luglio 2026
Indice
- Le ovaie continuano a cambiare
- Da organo riproduttivo a tessuto immunitario
- Segnali infiammatori verso il resto del corpo
- Le prime tracce nei tessuti umani
- Un nuovo pezzo della salute femminile
Per anni le abbiamo raccontate così: finiti gli ovociti, finito il lavoro. Comodo, lineare e forse sbagliato. Le ovaie dopo la menopausa continuano a cambiare e potrebbero assumere un ruolo legato al sistema immunitario, accumulando cellule infiammatorie e producendo segnali capaci di raggiungere anche altri tessuti.
È quanto suggerisce uno studio pubblicato su Molecular Human Reproduction, che descrive il passaggio da un organo riproduttivo a un tessuto con una marcata identità immunitaria. Un’ipotesi ancora da approfondire, destinata però a cambiare il modo in cui guardiamo alle ovaie durante i molti anni che seguono la fine dell’età fertile.
Le ovaie continuano a cambiare
I test hanno confrontato le ovaie in tre diverse fasi della vita: piena età riproduttiva, progressivo esaurimento della fertilità e periodo successivo alla cessazione dell’ovulazione. Una parte dei tessuti è stata osservata al microscopio. L’altra è stata analizzata attraverso il sequenziamento dell’RNA, una tecnica che permette di individuare i geni più attivi all’interno di un organo.
Con l’età diminuivano i follicoli, le piccole strutture che contengono gli ovociti, mentre aumentava il collagene. Il tessuto diventava più fibroso e perdeva progressivamente i marcatori legati alla produzione dei gameti, alla meiosi e alla sintesi degli ormoni.
Il cambiamento proseguiva anche dopo la cessazione dell’ovulazione. A quel punto il numero dei follicoli e il livello di fibrosi apparivano ormai stabili, mentre l’attività genetica continuava a modificarsi. La fine della fertilità, dunque, lasciava un’ovaia ancora biologicamente attiva.
Da organo riproduttivo a tessuto immunitario
A diminuire erano i geni legati alla funzione riproduttiva. In compenso crescevano quelli coinvolti nelle risposte immunitarie, nella produzione delle citochine e nell’attivazione dei leucociti. All’interno delle ovaie aumentavano linfociti T, macrofagi e cellule giganti multinucleate. Queste ultime compaiono spesso nei tessuti attraversati da infiammazione cronica, accumulo di detriti cellulari e processi di rimodellamento.
I ricercatori parlano di un organo con una identità “simile a quella immunitaria”. La formula descrive la nuova composizione del tessuto e la sua attività molecolare; la funzione precisa resta ancora da chiarire.
Le cellule immunitarie potrebbero essere richiamate dall’invecchiamento dell’ovaia. Anche le cellule ovariche già presenti potrebbero perdere alcune caratteristiche originarie e acquisirne di nuove. Per distinguere i due processi serviranno analisi su singole cellule e studi capaci di seguirne l’evoluzione nel tempo.
Segnali infiammatori verso il resto del corpo
I test hanno individuato anche una variazione nei fattori potenzialmente secreti dalle ovaie. Con l’esaurimento della funzione riproduttiva diminuivano le molecole prodotte dagli ovociti e aumentavano immunoglobuline e componenti del sistema del complemento, uno dei principali strumenti della risposta immunitaria. Queste sostanze potrebbero agire sui tessuti circostanti oppure entrare nella circolazione sanguigna e raggiungere altri organi. È qui che la ricerca incontra l’inflammaging, l’infiammazione cronica di bassa intensità associata all’invecchiamento.
Nelle donne, l’età si accompagna spesso a una maggiore attività di alcune vie infiammatorie, a livelli più elevati di citochine e a cambiamenti della risposta immunitaria. Le ovaie potrebbero contribuire a questo ambiente attraverso segnali rimasti finora fuori dall’inquadratura. La presenza effettiva di tali proteine nel sangue deve ancora essere verificata. Occorrerà inoltre capire se riescano davvero a modificare il comportamento di tessuti lontani.
Le prime tracce nei tessuti umani
Una prima indicazione arriva da un secondo studio ancora in attesa di revisione paritaria. I ricercatori hanno analizzato campioni ovarici sani provenienti da 28 donne tra i 50 e i 75 anni, divise in tre fasce d’età. Sono stati misurati 5.812 gruppi di proteine. Nel confronto tra le donne di 50-59 anni e quelle con almeno 70 anni, 117 risultavano significativamente differenti.
Nelle ovaie più anziane aumentavano le firme associate all’immunità innata, al sistema del complemento, all’infiammazione e al rimodellamento della matrice extracellulare, la rete che sostiene le cellule. Crescevano anche alcuni fattori secreti in risposta al danno tissutale. Il campione resta piccolo e copre un intervallo anagrafico limitato. Il risultato, però, segue la stessa direzione: le ovaie continuano a rimodellarsi per decenni dopo la menopausa.
Un nuovo pezzo della salute femminile
Le ovaie mantengono già una funzione ormonale dopo la menopausa. Continuano a produrre testosterone, altri androgeni e quantità più ridotte di estrogeni. Questa attività residua ha favorito un approccio più prudente all’ooforectomia, l’intervento chirurgico che prevede la loro asportazione, soprattutto in presenza di condizioni benigne.
L’eventuale funzione immunitaria aggiunge un altro elemento a una scelta che dipende dall’età, dal rischio oncologico, dalla storia familiare e dalle condizioni della singola paziente. Le conseguenze cliniche di questi risultati restano ancora aperte. In futuro, comprendere meglio l’ambiente infiammatorio delle ovaie potrebbe portare a terapie rivolte alla salute femminile dopo la menopausa, agendo sull’infiammazione invece di provare a ripristinare la fertilità. La fertilità si ferma. Le ovaie continuano a cambiare.
Fonte: Molecular Human Reproduction
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