Le scommesse fallite degli Stati Uniti - Pierre Haski

Donald Trump aveva decisamente bisogno di un successo internazionale di cui poter esagerare la portata. L’accordo concluso dagli Stati Uniti con la Danimarca e la Groenlandia non merita l’enfasi con cui ne hanno parlato il presidente statunitense e il suo entourage. Sostanzialmente conferma la sovranità danese (laddove Trump voleva estendere la bandiera a stelle e strisce su tutto l’emisfero americano) e i rapporti esistenti da decenni tra l’esercito statunitense e la Groenlandia, un territorio che fa parte del Regno di Danimarca, paese della Nato.

Detto questo, glorificare un presunto “successo” permette agli Stati Uniti di far dimenticare i fallimenti vari dell’amministrazione Trump, e soprattutto di distogliere l’attenzione dal prezzo dell’energia sempre più fuori controllo (negli Stati Uniti e altrove) a causa della guerra spericolata nel Golfo voluta da Washington.

A questo punto è lecito interrogarsi sugli Stati Uniti, sempre più impantanata. Il paese è ancora la prima potenza mondiale, la prima economia e ha l’esercito più potente del mondo, oltre a essere all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie del futuro.

Eppure Washington non riesce a raggiungere i suoi scopi, né con la guerra dei dazi scatenata dal presidente né con le avventure militari con cui sperava di ripetere il successo ottenuto in Venezuela a gennaio.

Prima del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, la potenza statunitense cresceva affidandosi alla sua rete di alleanze (a cominciare dalla Nato) e alla sua influenza nel governo del mondo. Trump, però, ha deciso di cambiare rotta e di puntare tutto sulla forza economica, tecnologica e militare.

È stata una scommessa piuttosto rischiosa. Se avesse funzionato, in particolare contro la Cina o l’Iran, oggi Trump sarebbe temuto e rispettato oltre ogni limite. Ma le cose sono andate diversamente.

Questa settimana il presidente statunitense accoglierà a Washington il numero uno cinese Xi Jinping, in un momento in cui il rapporto di forze non è affatto favorevole agli Stati Uniti. Trump ha addolcito i toni nei confronti di quella Cina che demonizzava fino a poco tempo fa, anche perché nel braccio di ferro sui dazi e le terre rare per il momento Pechino sembra aver accumulato un vantaggio.

Vale lo stesso per i grandi conflitti della nostra epoca, l’Ucraina e il Medio Oriente. Diciotto mesi dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Trump non riesce ancora ad avere un’influenza decisiva sulla guerra in Europa (che aveva promesso di risolvere nell’arco di 24 ore) e intanto si è arenato in un Medio Oriente complesso, a cui ha voluto imporre soluzioni semplici.

Quali sono le conseguenze di questa “potenza inceppata”? Innanzitutto la protezione degli Stati Uniti non sembra avere più il peso di una volta, sia che si parli dell’Arabia Saudita (con il rifiuto di Washington di intervenire contro gli huthi in Yemen, che bombardano il regno), dell’Europa (con il disprezzo nei confronti degli alleati della Nato mostrato a colpi di minacce di dazi) o dell’Asia (dove nessuno si fida più della parola degli statunitense).

Questa evoluzione rende il mondo più imprevedibile. Oggi, infatti, le altre potenze sentono di avere il vento in poppa, a cominciare da Vladimir Putin, che riceve regolarmente gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner senza fare alcuna concessione.

L’assemblea generale delle Nazioni Unite che si apre il 21 settembre a New York è l’immagine di questo mondo frammentato, vittima del disinteresse statunitense, che si traduce in una drammatica riduzione dei finanziamenti e di un’organizzazione globale diventata impotente. Forse, allora, è arrivato il momento di pensare al mondo che emergerà dopo la crisi di un’America che non ce la fa più.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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