Bologna, Lepore come un piromane: un sindaco guidato dal settarismo

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25 luglio 2026

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Era il 16 giugno 1968: quando Pier Paolo Pasolini fece sentire la sua voce, con quella poesia maledetta: «Il PCI ai giovani!». Che poi, l’Espresso per qualche (mica tanto) misterioso motivo, pubblicò in anteprima con il titolo «Vi odio cari studenti». Era la risposta del poeta ai fatti di Valle Giulia: teatro di uno scontro violento tra gli studenti d’architettura e le forze dell’ordine. Tra i figli di una fiorente borghesia e «i ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale) di figli di papà, avete bastonato», e che «appartengono all’altra classe sociale». Da allora i rapporti tra la sinistra e le forze dell’ordine, salvo forse il periodo delle BR, non sono certo migliorati. C’è questo retroterra negli scontri che, per le ragioni più diverse, da allora si sono succeduti. E la cosa più sorprendente (ma mica tanto) è che il terreno di battaglia più cruento non sia stato nemmeno quello sindacale (lavoratori contro lavoratori), ma quello più politico. Seppure in senso lato: dall’ambientalismo (il caso Val di Susa), alle vicende internazionali, dall’antagonismo come prassi, per dirla con un lessico gramsciano, fino all’ultimo episodio della morte di Fakir. Indubbiamente un fatto che interroga la coscienza di tutti. Ma proprio per questo, prima di avventate denunce, richiede il massimo della determinazione nell’accertamento della realtà dei fatti.

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Nel corso degli anni quel rapporto conflittuale - si pensi alle degenerazioni in campo calcistico - ha subito profonde trasformazioni. Ed oggi, rispetto a ieri, le differenze sono enormi. In passato si manifestava per ottenere o contro qualcosa. In altre parole gli obiettivi erano definiti e la stessa organizzazione della manifestazione era in funzione di quegli obiettivi. A partire dall’itinerario. Quanti scontri di fronte all’Ambasciata americana di Via Veneto, per chiedere la fine della guerra del Vietnam. Il resto era conseguente. Trattandosi, in generale, di una notevole partecipazione di persone, era necessario che il corteo fosse diretto e non debordasse dagli obiettivi. Vi provvedeva, pertanto, un “servizio d’ordine” capace di prevenire manifestazioni di avventurismo. Sorprendono pertanto alcune recenti affermazioni di Pier Luigi Bersani, secondo il quale «non è compito della sinistra combattere gli eversivi». Il punto, ovviamente non è questo, ma far sì che altri non si approprino della regia politica. E quindi della finalità stessa della manifestazione. Del resto non fu solo il PCI a convenire su questa necessità. Negli anni ‘70, il Movimento studentesco di Milano, certamente politicamente meno maturo della Federazione del PCI, si era dotato di un servizio d’ordine - i famosi “katanghesi” armati di chiave inglese (la Hazet 36) - pronti ad intervenire al minimo accenno di devianza. Negli anni più recenti la crescente degenerazione delle manifestazioni di protesta è stato il riflesso delle trasformazioni morfologiche intervenute nella politica. La scomparsa del “partito massa” ha sottratto uomini e mezzi. Il posto di quelle vecchie adunanze di popolo è stato sostituito da gruppi violenti, che navigano nel grande mare del nichilismo. Non hanno leader, né organizzazione. L’unica cifra che li distingue è la violenza incontrollata. Succedaneo di ben altri valori. Per arginarli non restano che le difese dello Stato democratico. Che sono poste a presidio di un bene comune: la libertà di ciascuno di noi che va difesa fin quando non incide su quella degli altri. In questo campo le lacune sono evidenti. Siamo di fronte a piccoli gruppi, il più delle volte ben conosciuti alle forze dell’ordine. Vanno solo messi nell’impossibilità di nuocere, dopo aver disarticolato il sistema di omertà che li circonda. Complicità che sono sia politiche che istituzionali. Si pensi agli scontri di Torino, per la chiusura del centro sociale di Askatasuna. Un buffetto sulla guancia a chi devastava la città.

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È alla luce di queste considerazioni che va valutato il comportamento del sindaco di Bologna: Matteo Lepore. Del tutto incongrue le sue giustificazioni. Non c’era nessun tentativo di costituzionalizzare il dissenso: obiettivo nobile del vecchio Partito comunista. Sì è invece comportato come quell’agricoltore che, per evitare guai maggiori, appicca il fuoco alla stoppia, senza poi calcolare che proprio quel gesto può provocare un incendio devastante. Come minimo un comportamento imprudente. Se non vi fosse altro. La voglia, cioè, di attaccare il Governo sulle politiche della sicurezza. Il voler dimostrare cioè che i provvedimenti finora presi non solo non hanno risolto il problema. Ma lo hanno aggravato. A dimostrazione dei danni che possono derivare se il settarismo prende il sopravvento.