Sono una quarantina. Ci sono miliziani di Hezbollah, probabilmente anche uomini dell’Ircg, i Guardiani della rivoluzione islamica. Sarebbero intrappolati da quasi due mesi nelle viscere della cresta di Ali al-Taher, nel sud del Libano, senza una via di fuga. Appena uno mette la testa fuori, finisce nel mirino delle Israel Defense Forces. Che nelle ultime ore hanno intensificato le operazioni nell’area a est di Nabatieh, nel sud del Libano, attraversata da una grande rete sotterranea di tunnel, considerata dall’intelligence di Tel Aviv il “centro nevralgico” meridionale del Partito di Dio.
Venti giugno, collina di Ali al-Taher, 4,5 chilometri a nord-ovest del Castello di Beaufort, conquistato da Israele il 31 maggio. Nella zona le truppe di terra e l’aviazione israeliana operano da settimane. L’ennesimo cessate il fuoco concordato tra Tel Aviv e Beirut senza Hezbollah è in vigore da 24 ore, ma i mezzi di terra dell’Idf continuano a pattugliare l’area giorno e notte. Nel sottosuolo corrono diversi sistemi di gallerie, il più lungo è di oltre un chilometro, gli altri si estendono per alcune centinaia di metri. Hezbollah li ha costruiti in vent’anni con il supporto tecnico iraniano e li utilizza come centro di comando. La cresta ha un’importanza tattica decisiva perché domina la zona di Nabatieh e le vie di comunicazione del sud del paese. Da lì, dicono i servizi militari, le milizie sciite attaccano il settore meridionale, nelle sue viscere tengono armi e lanciarazzi. Data la posizione e le fortificazioni, il complesso è difficile da colpire con i soli raid aerei. Per questo Tsahal non ritira i fanti e assedia alcune “decine di terroristi intrappolate nel complesso”.
La tattica è dichiarata: i soldati presidiano gli accessi del complesso “Imad 4”, e “non permetteranno ai terroristi di Hezbollah di uscire dalla rete di tunnel sotterranei né di operare nella zona della cresta”, twitta l’esercito il 24 giugno. Lì sotto, secondo fonti della sicurezza libanese, ci sono tra 30 e 40 operativi di Hezbollah, appartenenti soprattutto all’unità Badr, responsabile delle operazioni nel Libano meridionale, e in parte alla Radwan Force, unità militare d’élite e commando speciale dell’organizzazione. L’Idf, è il calcolo, non deve entrare subito nei cunicoli. Può aspettare, controllare il terreno in superficie, sorvegliare gli accessi e colpire chi tenta di uscire. E’ quello che accade il 2 luglio. Le forze dell’unità Egoz individuano un miliziano mentre emerge da uno dei pozzi e un aereo dell’Israeli Air Force, guidato dalle truppe a terra, lo attacca: “ELIMINATO: Un terrorista di Hezbollah che è uscito da uno degli accessi della infrastruttura terroristica sotterranea”, annuncia su X il portavoce.
Lo stallo va avanti da settimane. “Israele ha recentemente condotto operazioni energiche in Libano ed eliminato militanti di Hezbollah, anche in un’operazione di grande importanza sulla cresta di Ali al-Taher, sulla quale non è possibile fornire ulteriori dettagli”, ha detto l’8 agosto Benjamin Netanyahu provando a ingigantire la rilevanza delle manovre militari in vista delle elezioni del 27 ottobre e nelle stesse ore in cui Beirut minacciava di non presentarsi al prossimo round di colloqui diretti previsti a inizio settembre. Negli ultimi giorni, riferisce il quotidiano libanese L’Orient-Le Jour, Tel Aviv avrebbe intensificato le operazioni attorno al complesso e Hezbollah avrebbe respinto tutte le offerte di aprire un passaggio sicuro che consentisse ai suoi uomini di lasciare la struttura.
Per avanzare nella zona senza rischiare la vita dei suoi uomini, l’Idf avrebbe impiegato robot e veicoli telecomandati. I soldati sarebbero penetrati da un’area a est del valico di Kfar Tebnit, prima che truppe e veicoli si spostassero a nord della città, ai piedi della collina dove si sono concentrate le ultime operazioni. Individuati alcuni ingressi alla rete di cunicoli, avrebbero quindi immesso gas nelle gallerie, ma il quotidiano precisa di non avere informazioni sull’esito dell’operazione. L’accerchiamento, inoltre, avrebbe consentito di tagliare le vie di rifornimento di armi e viveri destinate ai combattenti, tra i quali ci sarebbero anche alcuni membri dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Una circostanza che, se confermata, farebbe assumere alla vicenda una dimensione strategica ben più importante.