A piccoli passi, lentamente, la vicenda della scomparsa e della morte di Liliana Resinovich schiude scenari diversi da quello forse improbabile del suicidio. Smontate a suo tempo le prime indagini, le perizie che si stanno susseguendo fanno piccoli progressi verso altre verità. Così oggi gli esiti diffusi dalle perizie disposte dalla Gip di Trieste Flavia Mangiante - eseguite da Eva Sacchi, Chiara Turchi, Paolo Fattorini - hanno scoperto tracce di Dna appartenenti ad uno stesso uomo, ignoto, rilevate sui jeans di Liliana Resinovich e su uno dei due sacchi neri che contenevano il corpo, quello della parte inferiore. Inoltre, altri residui di Dna - sempre maschile e sempre ignoto - sono stati rilevati sulla borsetta e sull'orologio, sulla bottiglietta di plastica che aveva con sé, sugli altri sacchi e sugli altri abiti. Liliana scomparve il 14 dicembre 2021 e il cadavere fu trovato il 5 gennaio nei boschi dell'ex Ospedale psichiatrico di Trieste.
I nuovi risultati
I nuovi risultati saranno discussi nell'udienza fissata per il 30 ottobre. Ma quella del dna non è l'unica novità. Gli esperti hanno accertato infatti un altro particolare importante: sulle suole delle scarpe di Liliana non ci sono tracce del terreno del luogo dove fu trovato il cadavere.
Elemento che fa dire al legale Nicodemo Gentile, che assiste il fratello di Liliana, Sergio, che «Liliana è stata uccisa altrove e poi portata lì dove fu trovato il cadavere». Sulle suole delle scarpe ci sono invece residui, tra l'altro, di zirconio e questo farebbe pensare al laboratorio dove Visintin affilava i coltelli. Ma per i periti il confronto con il materiale presente nel laboratorio, «non fornisce alcun elemento a supporto di un contatto tra le scarpe della vittima e laboratorio» stesso. Il terzo elemento che emerge dalle perizie è un altro dettaglio il cui significato è tutto da valutare: ci fu un «contatto diretto» tra il giubbotto indossato dal marito della vittima Sebastiano Visintin il giorno della scomparsa, e il giubbotto e la borsa di Liliana. Quanto alla comparazione tra il cordino intorno al collo di Liliana e i gomitoli e i pezzi di cordino sequestrati a casa di Visintin, i periti scrivono che «non possono essere né confermati né esclusi come compatibili». Precisando che l'estremità del cordino evidenzia due diversi tagli riconducibili a un paio di forbici uno e a una lama singola l'altro. Dal cordino poi è stato estratto un Dna riferibile solo a Liliana mentre sullo spago che teneva insieme le chiavi che Liliana aveva nella borsa ci sono invece «due profili complessi», appartenenti ad «un soggetto di sesso maschile ignoto». Anche l'analisi di 12 formazioni pilifere su reperti come indumenti, borsa, occhiali, mascherina e altro di Liliana, ha dato come esito che 11 di queste sono riferibili alla vittima mentre una ad un soggetto maschile ignoto. In nessuno dei reperti, infine, è stato individuato il Dna del medico legale che aveva operato sul caso, Fulvio Costantinides. L'avv.Gentile sostiene che «non ci si aspettava, dopo sei anni, la pistola fumante da questa perizia» e annuncia ben «altri e imponenti elementi che parlano di omicidio e di possibili responsabilità».
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