e Mattia Todisco Josep Martinez, a 28 anni è pronto a prendersi sulle spalle la maglia da titolare dell’Inter? "Certo. È da due anni che sono qua a imparare e migliorare per aspettare un’opportunità come quella che si presenta adesso. Non vedo l’ora che arrivi la prima di campionato per riassaggiare il calcio “vero“".
Quanto è stata dura la vita da dodicesimo? "In spagnolo sarebbe il ’tredicesimo’ (sorride, ndr). È dura sì, perché alla fine, come per tutti quelli che non hanno un buon minutaggio, se vuoi essere in una grande squadra devi lavorare e attendere l’occasione, come quelle che ho avuto io. Se non lo fai bene, non riesci a fare il passo successivo".
Però le soddisfazioni se le è prese lo stesso: uno Scudetto da vice e una Coppa Italia da titolare. "Vero, se adesso mi trovo qui è perché sono ambizioso. Vorrei riuscire a fare lo stesso da primo portiere e arrivare in fondo anche in Champions League".
È andato via Sommer e il volto nuovo è quello di Provedel. "Devo ringraziare Yann per quel che ha fatto in questi anni. Ora è arrivato Ivan, c’è anche Di Gennaro. Tra noi portieri e i preparatori c’è un bel rapporto".
Quella alle spalle è stata comunque una stagione complessa. Nove mesi difficili a causa di un incidente stradale dopo il quale è stato indagato per omicidio colposo. Poi il silenzio e la ripresa... Qual è il primo pensiero che le viene in mente? "Sicuramente è stata un’esperienza molto dolorosa, non la auguro a nessuno. Sono molto vicino ai familiari della vittima. Oggi devo ringraziare tutti per l’affetto ricevuto, dai miei cari ai tifosi, fino agli amici e ai compagni di squadra. È qualcosa che mi ha fatto crescere tanto dal punto di vista umano, ora cercherò di mettermi tutto alle spalle. Bisogna andare avanti".
Quanto è stato importante l’aiuto di dirigenti, allenatori e compagni in un momento così delicato? "Tanto. Dal primo giorno ho sentito affetto e ricevuto aiuto, non sarei potuto uscire da solo da questa situazione. È stato un periodo difficile. Quel che mi passava per la mente era un pensiero fisso: è stato il destino. Mi chiedevo perché fosse toccato a me essere lì in quell’istante".
Ha pensato di smettere o andare via? "Mai. Sinceramente tutta questa vicenda mi ha toccato, però mai ho pensato di lasciare".
Tornando al calcio: provi a dare tre aggettivi per definirsi. "Coraggioso, affidabile e moderno. Anche se non sono io a dover dire che portiere sono".
Fare il portiere è stata sempre la sua passione sin da bambino? "Dai cinque anni in poi. Lo era anche mio papà che giocava fra i pali a livello amatoriale".
Suo padre la chiamava Colilla, il ’mozzicone’... "Sin dall’età di 2-3 anni ero sempre per terra e mi piaceva tuffarmi e lanciarmi da tutte le parti".
Poi è cresciuto ed è arrivato nella cantera del Barcellona. È lì che nasce il calcio moderno, in cui i portieri usano tanto i piedi? "Sì, sono stati i primi che hanno guardato a questo aspetto. Ma per me l’anno in cui è cambiato tutto è stato quello precedente, all’Alzira, dove ho giocato dai 5 ai 17 anni. Ho incontrato come allenatore Pablo Fortes: ero ancora indietro nel gioco coi piedi e grazie a lui mi sono tolto la paura di usarli. Negli anni successivi sono migliorato pian piano".
Arriviamo ai giorni nostri: le Furie Rosse sul tetto del mondo, che gioia per lei... "Ho festeggiato poco, sono sincero. Mi sarebbe piaciuto essere con la mia gente in Spagna, ma mi trovo in ritiro. A Lautaro, quando tornerà, dirò che mi dispiace per lui, ma io sono spagnolo e quindi difendo i miei colori. Faremo lo stesso insieme con quelli dell’Inter".
Tre presenze nell’under 21 spagnola e una nella nazionale maggiore. Spera di tornare e prendersi quella maglia? "È il sogno di tutti. Io devo lavorare e vedere se un giorno ci sarà l’opportunita. Ma ora ho il focus sull’Inter. Se faccio bene qui, il resto viene di conseguenza".
I suoi idoli tra i pali sono anche loro spagnoli. "Da piccolo Canizares, portiere del Valencia, per cui tifavo. Poi c’è stato il periodo di Casilas. Ma quando sono diventato professionista direi Neuer, un’ispirazione come portiere moderno".
A chi si ispira fra chi l’ha preceduta all’Inter? "Julio Cesar, grande portiere sia nel Brasile che in maglia nerazzurra".
L’attaccante più forte che si è trovato davanti? "Per fortuna ce l’ho in squadra ed è Lautaro. Ma anche Thuram mi ha impressionato".
Un bel vantaggio avere con voi anche Pio Esposito. "Certo, e lo soffro negli allenamento. Un ragazzo molto umile con un grande presente e un grande futuro".
Qual è il ricordo più bello della sua carriera? "La prima partita a San Siro, proprio contro l’Inter. Avevo idealizzato quello stadio sin da piccolo, fu molto bello. Mio papà mi disse: ‘Occhio che magari un giorno giochi qui...’. Io risposi: ‘Magari, ma è difficile’. E invece...".
Una parata che non dimentica. "Quella su Barella quando ero al Genoa, ma poi l’Inter segnò lo stesso".
Lei in Liguria ha giocato anche con Spence. Può essere un rinforzo giusto per l’Inter? "Già allora aveva con un bel potenziale. Ha disputato un bel mondiale, ci darebbe una mano".
I tifosi si aspettano un riscatto in Europa: cosa serve per riportare a casa la Champions League? "Come tutte le squadre che vincono, essere uniti. Da anni lavoriamo su questo. Abbiamo fatto dei bei percorsi in Coppa, vogliamo tornare lontano con le nostre idee e il nostro gioco. Questo obiettivo non ci deve togliere il sonno, ma dev’essere il sogno".
In Italia siete ancora voi i più forti? "Non guardiamo gli altri. Sappiamo che siamo forti. Non dobbiamo paragonarci con nessuno. Facciamo il nostro e se così accadrà ci toglieremo delle soddisfazioni".
Qual è il rapporto con Chivu? "Non è facile prendere una squadra e fare subito bene dopo che l’anno prima eravamo arrivati in fondo a tutto senza riuscire a vincere. Ci ha dato grande fiducia nel momento di difficoltà,è stato fondamentale".
Un pregio e un difetto del calcio italiano. "Quello che non mi piace è che si danno poche opportunità ai più giovani, ma è un discorso generale, non legato all’Inter. Se faccio il paragone con la Spagna è certamente diverso. Ciò che mi piace è invece la ricchezza tattica, qui è difficile affrontare tutte le squadre".
Se non fosse diventato un calciatore, cosa avrebbe fatto? "Qualcosa con i bambini o l’allenatore dei portieri. Ma c’è sempre tempo, magari dopo la carriera da giocatore".
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