No all’«asservimento» all’algoritmo. No al dominio delle «tecnocrazie» basate sul potere economico anziché sulla democrazia. E no a una società «divisa tra pochi ricchi Epulone e tanti, tanti Lazzaro». Al Quirinale si consegnano le stelle al merito, le onorificenze per chi si è distinto nella propria attività. E Sergio Mattarella riflette sulle trasformazioni in corso nel mondo del lavoro. Sul valore di quel diritto-dovere che la Costituzione pone a fondamento della Repubblica fin dall’articolo uno, simbolo «della dignità della persona» e allo stesso tempo «veicolo di democrazia». Siamo alle soglie di un «passaggio decisivo», avverte il presidente. Il dilagare dell’Ia, che incide «in modo profondo sulla struttura della società, sui tempi e gli spazi nella vita di ciascuno». L’arrivo dei robot umanoidi «nell’ordine di decine di migliaia nei prossimi anni». Scherza Mattarella: «Vorremmo evitare che, tra qualche decennio, questa cerimonia possa essere sostituita da un concorso per l’umanoide più solerte». Dipende da noi, è la risposta. Da come i nuovi strumenti vengono utilizzati. La stella polare, per il capo dello Stato, è la centralità della persona. «La condizione irrinunciabile è che il governo delle trasformazioni, la responsabilità delle scelte strategiche, le regole del loro impatto sociale siano sempre nelle mani delle donne e degli uomini, delle loro comunità».
L'intervento
Non ci si può rinchiudere in una bolla.
Non si possono, né avrebbe senso, rifiutare le nuove tecnologie. «Non dobbiamo temerle, né guardarle con ostilità, con un tardivo ritorno neo-luddista». Ma il loro impatto sulla società può essere sconvolgente. Dunque va governato. «Vogliamo che le macchine diano più efficienza e precisione, desideriamo che facciano aumentare le nostre capacità, la sicurezza sui luoghi di lavoro e riducano fatiche e bisogni. Le macchine a servizio delle persone e non viceversa». Ciò a cui spesso si assiste invece, specie su molte delle nuove piattaforme digitali a cominciare da quelle che impiegano migliaia di rider sottopagati, è un modello opposto. Da rifiutare. «Non intendiamo che possano svilupparsi - anche attraverso un uso perverso di algoritmi – nuove, insidiose forme di asservimento».
Ma sbaglia chi preconizza una “fine del lavoro” sostituito dalle tecnologie. Non c’è da augurarselo, avvisa Mattarella. Sarebbe una società con «pochi ricchi Epulone», i magnati delle big tech, «tanti, tanti Lazzaro», un sottoproletariato sempre più impoverito. «Il lavoro, la sua cultura, la sua etica genera idee, pluralità, diffonde benessere, costruisce relazioni, dunque comunità». È «infrastruttura sociale». Contribuisce a una società coesa, e la coesione a sua volta «favorisce la partecipazione, induce ad avvertire il bene comune come proprio. Aiuta la stessa economia e le istituzioni». Anche la «dinamica salariale» va tutelata, rifiutando l’atteggiamento per cui «anziché rappresentare il corrispettivo della dignità del lavoratore, sia costo da ridurre per ottenere competitività». Il lavoro cambia, dice Mattarella. Il suo valore resta.
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