COSIO VALTELLINO. Da un piccolo laboratorio sotto casa, dove Armindo Pontiggia a metà degli anni '50 fa lavorava il rame dopo gli anni trascorsi da emigrante in Svizzera, fino a una bottega che oggi realizza progetti per privati, architetti e designer, arrivando a firmare anche il padiglione Gucci per il Fuorisalone di Milano. Nel mezzo ci sono camini-scultura, arredi, opere artistiche e persino le tradizionali caldaie in rame dei casari valtellinesi.
Questi i tratti essenziali della “Bottega Artigiana Pontiggia” di Cosio Valtellino, laboratorio artigiano a conduzione famigliare che da quasi quarant'anni ha fatto della lavorazione creativa dei metalli la propria strada.
Tutto parte dalla ferramenta aperta da Armindo e Maria Pontiggia al ritorno dalla Svizzera, ma per il figlio Walter la vera scintilla arriva nel 1985, quando un'architetta gli commissiona un grande camino centrale in rame. Una sfida che lo costringe a pensare, inventare, provare soluzioni nuove e che, di fatto, gli indica la direzione da seguire. Da lì arrivano nuovi materiali, nuove tecniche e lavori sempre diversi, con un'idea che però non cambia: partire dal mestiere artigiano per creare ogni volta qualcosa che prima non c'era.
E oggi? In bottega si lavorano ferro, alluminio, rame, acciaio inox e corten, passando con naturalezza da un tavolo in alluminio brunito a un camino-scultura in lamine dorate, fino a un padiglione per un parco pubblico. E senza dimenticare chi entra dalla porta con un vecchio oggetto da saldare o una caldaia da aggiustare.
Walter Pontiggia, maestro artigiano e titolare della Bottega, racconta questo percorso, il rapporto con la Valtellina e guarda già al 2030, quando insieme alle figlie Alice e Irene immagina l'inizio di una nuova fase.

La Bottega Artigiana Pontiggia ha una storia che comincia ben prima della sua nascita ufficiale. Ci racconta come è iniziato tutto e quali sono le vostre radici?
La storia della nostra Bottega si lega necessariamente alla storia della mia famiglia. A metà degli anni ‘50 i miei genitori, Armindo e Maria, decidono di emigrare in Svizzera per ragioni economiche. Lì mio padre, che faceva principalmente l’idraulico, inizia a conoscere e praticare anche il lavoro della lattoneria in rame. Poco dopo la mia nascita decidono di rientrare in Italia, nei nostri luoghi di origine in provincia di Sondrio, dove Maria apre una ferramenta e Armindo aiuta la moglie seguendo le riparazioni dei clienti ma apre anche un piccolo laboratorio sotto casa dove prosegue i suoi lavori di manifattura, tra cui quella metallica.
E lei, invece, come si è avvicinato a questo mestiere e quando ha capito che la lavorazione dei metalli sarebbe diventata il suo percorso professionale?
Fin da piccolo ho passato le estati nell’officina di mio padre e lo seguivo in tutto quello di cui aveva bisogno. Non ero entusiasta di tutte le mansioni che mi proponeva, ma sicuramente le attività di lattoneria e fabbro erano quelle che mi piacevano di più. Quando nel 1985 alla fiera dell’artigianato di Erba è arrivata da noi una cliente, un’architetta del comasco, e ci ha chiesto di costruirle un camino centrale in rame, per me è stata una vera svolta. Produrre quel manufatto sospeso, a base ottagonale, dagli spicchi incurvati, è stata una sfida emozionante che metteva alla prova ogni mio ragionamento e mi obbligava a pensare, inventare e provare a costruire cose nuove. Decisi che sarebbero stati proprio progetti come questi quelli che avrei realizzato negli anni a venire.

In quasi quarant'anni di attività la Bottega è cresciuta e si è trasformata. Quali sono state le tappe principali di questa evoluzione e come è cambiato il vostro lavoro nel tempo?
Dopo quel camino, negli anni '80 e '90, ne ho prodotti molti altri: era un elemento architettonico che tutti volevano in casa. In quegli anni Irma, mia moglie e collaboratrice, ha iniziato ad incidere a mano i miei lavori, rendendoli unici e perfetti per ogni gusto e ambiente. Poi pian piano le commesse hanno cominciato ad essere più varie e ho fatto crescere la mia impresa introducendo materiali, tecniche e lavorazioni sempre nuovi. Uno dei cambi principali è avvenuto tra il 2010 e il 2011, quando un cliente svizzero mi ha incaricato la produzione di una sala da pranzo, la voleva unica e preziosa. Avevo appena installato una piccola macchina a controllo numerico e gli ho proposto dei mobili con una texture ad “effetto corteccia” in rame ricoperto di foglia d'argento. È stato un lavoro che ha fatto nascere in me una svolta creativa. Il mio mobile Jump rappresenta proprio l’idea di quel salto verso produzioni nuove.
Entriamo nella Bottega di oggi: che cosa fate concretamente e quali sono le principali realizzazioni che escono dal vostro laboratorio?
La quotidianità della Bottega è un mix di pianificazione, progettazione, produzione e giornate in cantiere. Ci sono gli uffici che ci permettono di funzionare, chi si occupa dei disegni tecnici e chi mette le mani all’opera per piegare, saldare, assemblare e consegnare. Alcuni dei progetti che abbiamo realizzato ultimamente, e che rappresentano un po’ le diverse anime della Bottega, sono un tavolo ovale in alluminio brunito, un camino-scultura in lamine di alluminio dorato per la sala di un ristorante e un piccolo padiglione in acciaio corten per un parco pubblico. A questi lavori principali si intrecciano piccole richieste come clienti che si presentano in laboratorio per la saldatura di oggetti antichi o di uso quotidiano, ma anche richieste eccezionali come la produzione del padiglione Gucci per l’ultima edizione del Fuorisalone a Milano.

Lavorate metalli diversi e affiancate tecniche artigianali tradizionali a strumenti e tecnologie contemporanee. Come nasce una vostra creazione e che cosa caratterizza il vostro modo di lavorare?
Ad eccezione delle nostre opere artistiche, l’input originale arriva dal cliente. Ci chiediamo di cosa ha bisogno e cosa desidera, e poi ci mettiamo a progettare confrontandoci subito con la concretezza della realizzazione. Credo che sia questo il nostro vero asso nella manica: sappiamo come costruire quello che ci è richiesto e ne immaginiamo già i dettagli. Ovviamente il risultato finale deve essere sempre qualcosa che ci piace.
Una parte della vostra produzione mantiene un forte legame con la storia e la tradizione della Valtellina. In che modo questo territorio entra nel vostro lavoro e quali sono gli oggetti che meglio raccontano questo rapporto?
Per me il territorio è principalmente sociale e lo vivo attraverso le relazioni sociali che instauro, la rete professionale e clientelare. Ma ci sono tecniche e lavorazioni che mi porto dietro e che in questo luogo fanno la differenza: ci sono casari che vengono da me per sistemare e chiudere i buchi alle giganti coldere (tradizionali caldaie in rame a forma di campana capovolta, ndr) che usano per produrre il formaggio, e continuo a distribuire a negozi di ferramenta e privati catenacci e serrature in ferro che vengono installate nelle antiche case in pietra della valle.

Tra queste realizzazioni spicca il “Lanoff”, nato dalla reinterpretazione di un oggetto della tradizione valtellinese. Ci racconta che cos'è, come è nato e che cosa rappresenta per voi?
Il lanöff è una pentola in pietra ollare che, con un gioco di parole, fa il verso al lavéc valtellinese. Infatti se quella tradizionale ha una forma circolare, l’idea della forma del lanöff mi è venuta durante un viaggio in Giappone, dove rappresentavo un collettivo di artigiani alla Seika University di Kyoto. Abbiamo lavorato sul tema degli origami e quando da quel processo ho ottenuto una forma rettangolare ma svasata, bellissima, mi son detto: facciamone una pentola. Un oggetto che porti con sé la rivisitazione dei saperi del territorio e la convivialità della tavola.
Infine, uno sguardo al futuro: avete annunciato che dal primo luglio 2030 la Bottega cambierà natura ed entrerà in una nuova fase. Che cosa avete in mente e quale futuro immagina per questa storia artigiana?
In realtà qui non stiamo mai fermi (ride, ndr) e stiamo già facendo dei passi verso il 2030. A me piacerebbe dedicarmi sempre di più a quei lavori creativi in cui posso esprimere tutto il mio estro e, insieme alle mie figlie Alice, architetto con una traiettoria nell’arte contemporanea, e Irene, che sta finendo una scuola orafa specializzandosi nello smalto a fuoco, stiamo capendo come fare dei passi comuni. La linea sarà quella, ma non sveliamo nulla la momento.