La crisi migratoria di Ceuta accelera il confronto europeo sui rimpatri. Martedì Piantedosi illustrerà il progetto italiano che punta alla creazione di nuovi centri fuori dall'Unione. Tra i possibili Paesi ospitanti figurano Uganda, Ghana, Senegal, Etiopia e Montenegro
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L'Italia si prepara a presentare all'Unione europea una proposta per estendere il cosiddetto "modello Albania", prevedendo la realizzazione di nuovi hub per il rimpatrio dei migranti irregolari in Paesi terzi considerati sicuri e finanziati con risorse comunitarie. L'iniziativa, già anticipata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo l'approvazione del regolamento europeo sui rimpatri, sarà illustrata martedì dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi durante il Consiglio straordinario dei ministri dell'Interno dell'Ue, convocato dopo la crisi migratoria di Ceuta.
I Paesi candidati a ospitare gli hub
Secondo quanto emerge, esiste già una lista preliminare di Stati sui quali si starebbe ragionando come possibili sedi delle strutture. Tra questi figurano Ghana, Senegal, Mauritania, Uganda, Uzbekistan, Montenegro ed Etiopia. In particolare, l'Uganda avrebbe già attirato l'interesse di Germania, Austria e Paesi Bassi, mentre il Montenegro era stato in passato al centro di contatti con la Danimarca. Resta comunque aperta la questione del finanziamento del progetto. Da Bruxelles fanno sapere che la Commissione europea è "pronta a valutare proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica". el corso della riunione di martedì, l'Italia presenterà anche una seconda proposta: un'applicazione rigorosa del programma "Gsp+", approvato quest'anno e operativo dal 1° gennaio 2027. Il meccanismo collega le agevolazioni tariffarie concesse ai Paesi in via di sviluppo alla loro effettiva collaborazione nel riaccogliere i propri cittadini presenti irregolarmente sul territorio europeo.
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Il futuro del centro in Albania
Parallelamente, il governo punta a rendere pienamente operativo entro la fine dell'anno il centro di Gjader, in Albania. Nelle scorse settimane Piantedosi aveva spiegato che l'obiettivo è riattivare la struttura "nella piena espansione della sua funzionalità" entro la fine del 2026, o anche prima se verranno superati gli ostacoli giudiziari ancora aperti. Secondo il ministro, il centro è destinato a tornare alla funzione originariamente prevista, anche alla luce delle nuove norme europee, una volta completato il necessario percorso giurisdizionale. Il piano per i centri in Albania non ha finora raggiunto gli obiettivi inizialmente fissati. Le previsioni parlavano di una capacità fino a 3 mila persone al mese, con un massimo di 36 mila migranti all'anno, attraverso procedure accelerate per l'esame delle domande d'asilo. Dall'aprile dello scorso anno, però, la struttura è utilizzata esclusivamente come Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Da allora vi sono transitati alcune centinaia di migranti e i rimpatri sono rimasti contenuti.
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Le strutture di Gjader e Schengjin
Il sito di Gjader comprende tre diverse strutture: un centro per richiedenti asilo da 880 posti, un Cpr da 144 posti e un penitenziario da 20 posti. A Schengjin è stato invece realizzato un hotspot dove, secondo il progetto iniziale, sarebbero dovuti arrivare via nave militare italiana i migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale. Tuttavia, i provvedimenti di trattenimento non sono stati convalidati dalla magistratura.
Intanto continua il rientro in Marocco dei migranti entrati in massa a Ceuta il 30 luglio. Il bilancio delle vittime è salito a 71. Sulla situazione è intervenuto anche il Papa, che ha espresso "preoccupazione" per quanto sta accadendo nell'enclave spagnola, auspicando che, attraverso l'intercessione di Nostra Signora dell'Africa, si possano trovare "soluzioni di pace, di stabilità e di giustizia".