«Vuoi “sentire” ancora oggi dell’Uva, capire che giornalista era? Leggi un suo articolo e percepisci chiaramente le voci di chi intervistava in uno scenario di guerra. I suoi interlocutori respiravano, parlavano, piangevano, speravano, maledicevano e Vittorio ascoltava, assorbiva, elaborava e scriveva. Tantissima roba. Giornalismo puro».
Domenico Quirico, 75 anni, inviato di guerra de La Stampa e scrittore, due traumatici sequestri subìti nella lunga carriera - uno in Libia di due giorni nel 2011, l’altro lungo ben cinque mesi in Siria nel 2013 con liberazione solo grazie all’intervento del governo italiano - appartiene a pieno titolo alla schiera dei migliori “cantori delle guerre”. Quelli che sul campo rischiavano la vita perché avevano il coraggio di andare là dove era il conflitto, senza rete e con tanto coraggio, con un unico obiettivo: raccontare ciò che vedevano e ascoltavano. Senza filtri. Quirico ha conosciuto bene Vittorio dell’Uva e con lui si è trovato a lavorare.
Ricorda dove, Quirico?
«In Africa Settentrionale, diverse volte in Libia, Tunisia. Ma anche in altre parti del mondo dove i giornali ci mandavano e noi, curiosi e sempre con la valigia in mano, andavamo. Dell'Uva lo ricordi citando i luoghi dove abbiamo lavorato e che lui ha narrato con una umanità ed una fedeltà incredibili».
Ed oggi?
«A quel vissuto si sovrappone il presente di un qualsiasi imbecille che ti vuol spiegare il mondo che cambia e che analizza senza essere lì dove dovrebbe. Oggi mi pare che il massimo sia avere il numero di telefonino di un idiota da qualche parte, che dice due sciocchezze ma che scomparirà forse per non finire nemmeno nelle note a piè di pagina della storia».
Che giornalismo, tecnicamente, era quello di Vittorio Dell’Uva?
«Il suo era racconto puro, certo non un saggio. È andato per conoscere e vedere con i suoi occhi, per scrivere e descrivere gli esseri umani e le loro vicende tragiche. Ha raccontato la fine del '900 e l’inizio del terzo millennio come pochi giornalisti inviati all’estero, su scenari di guerra, hanno saputo fare. Apparteneva alla straordinaria categoria di chi ha attraversato la storia umana, i suoi drammi, le sue sofferenze e trasformato tutto ciò in parole, facendole diventare esempi di buon giornalismo, soprattutto vero».
Che postura aveva?
«Napoletana e aperta al mondo, con una umanità evidente ed un’ironia tagliente che tirava fuori anche in momenti non semplici. Una cosa è stata bella e certa, di lui».
Cosa?
«Che non si prendeva sul serio, non si sentiva il grande vecchio brontolone ed esperto che avvisava gli altri che, dopo di lui, il mondo sarebbe finito. Non era reduce in vita, tutt’altro. E sa perché?»
Dica pure.
«Perché aveva una perenne curiosità onnivora di conoscere e raccontare continuamente, la percepivi nel guizzo dei suoi occhi. Fino a quando ci sarà qualcuno con quel guizzo il giornalismo vivrà, sì vivrà».
Il suo è un auspicio?
«Mi piacerebbe fosse una constatazione, piuttosto. Non so tanto se ci sia ancora qualcuno in grado, mi chiedo piuttosto se sia oggi ancora possibile. Il giornalismo non è una "tecnica", non un mestiere, non è usare la pialla come fanno i falegnami, con tanto rispetto per il loro lavoro. Il giornalismo, e questo dell'Uva lo ha incarnato benissimo, è un istinto umano ad essere "con" gli altri, all'interno di storie umane; è contaminarsi, essere con le persone, assorbire le loro vite, restituirle ai lettori. Poi c'è la sintassi, la grammatica, e tutto il resto che vuoi sulla scrittura. Ma senza praticare il campo come ha fatto Vittorio puoi fare al massimo il romanziere, non il giornalista».
Il giornalismo in teatri di guerra è cambiato.
«Il discorso è complesso, dell'Uva come altri di noi ha fatto giornalismo su scenari impegnativi in alcune condizioni storiche che, oggi, non esistono più, punto. Perché si poteva "entrare" davvero nelle guerre, nei cataclismi collettivi. Non era certo più semplice, allora, ma possibile sì. Possibile se avevi fegato, curiosità, se ti buttavi dentro la storia e c'era la volontà di investire sulla prosa degli esseri umani fatta con gli occhi, la sensibilità dell’inviato. Le guerre di oggi? Mah, mi domando se onestamente siano davvero raccontabili e come, perché la controparte non è quella che ti tira le cannonate davanti, ma gli Stati Maggiori, gli uffici stampa, i portavoce, quelli che possiamo definire "la gente del pass". È tutto più complicato, perché coloro che hanno il bandolo della matassa si sono fatti furbi, dispensano e distillano ciò che vogliono e tu lì ad aspettare... E questo riguarda sia i "buoni" che i "cattivi", non solo le autocrazie ma anche le cosiddette democrazie. Tutto questo è molto insidioso perché annacqua o rende torbido, uccide la realtà, i sogni e le utopie».
L'ultimo ricordo di Dell’Uva?
«Mi telefona un po’ di tempo fa dopo che io avevo fatto una traversata con i profughi fino a Lampedusa, parliamo, e mi chiede: "La prossima volta dove vai?" . Io gli dico di un qualche luogo che non ricordo e lui mi risponde serafico con la sua ironia: “Ah, bene. Io vado dalla parte opposta”. Non lo dimentico, Vittorio».