Morto Vittorio dell'Uva, vita da inviato lesse il mondo in tumulto con l’empatia dei grandi

Era l'unico vero «inviato di guerra» del Mattino. Un professionista che, in giro per il mondo, aveva seguito conflitti e delicati avvenimenti internazionali in decine di Paesi. Pieno di vitalità, sempre pronto con la sua valigia nonostante il cuore malandato con un pacemaker. Ai miei occhi, Vittorio Dell’Uva appariva immortale. Eppure, a 83 anni, ci ha lasciato nel giorno di Ferragosto. Nato per caso a Bolzano perché il padre, tenente colonnello dell’esercito, era ufficiale a Salò dove fu ucciso dai partigiani. Vittorio rimase orfano a dieci mesi: per salvarlo il padre lo mise al sicuro nella culla mentre i partigiani facevano fuoco. Il primo impatto con la guerra, poco più che neonato. Crebbe poi con la madre, sempre nel suo quartiere di Bagnoli a Napoli. Iniziò a fare il giornalista a «Napoli notte» e poi al «Roma» diretto da Alberto Giovannini. Nel 1977, il passaggio al «Mattino», allora diretto da Orazio Mazzoni. Un acquisto di valore, in grado di coprire grandi eventi nazionali, come notizie internazionali, giornalista professionista già da sette anni quando mise piede nella redazione di via del Chiatamone. Vi rimase 31 anni, fino alla pensione nel 2008, lavorando prima da redattore agli Interni dove divenne vice capo servizio, e poi come inviato speciale dal 1982.

L’INVIATO

Per decine di colleghi inviati all’estero era un riferimento, un «maestro», un concentrato di simpatia dietro i suoi baffoni, dalla battuta pronta e in grado di inventare spavalde iniziative per superare gli impedimenti nella raccolta della sospirata «notizia». Nel tempo, i suoi amici-colleghi girovaghi sui fronti esteri divennero Mimmo Candito, che nel suo libro sugli inviati di guerra gli dedicò pagine piene di affetto, Tony Capuozzo, Domenico Quirico, Luciano Gulli, Lorenzo Bianchi, Tony Fontana, Francesco Battistini, poi anche i più giovani Ugo Tramballi e Angelo Macchiavello. Ma le grandi firme del giornalismo nazionale, come Ettore Mo del «Corriere della sera», hanno sempre guardato Vittorio con rispetto. Aveva attraversato i tempi in cui i pezzi si dettavano per telefono ai «dimafonisti», che poi li trascrivevano, per adeguarsi in seguito al pc e agli articoli inviati via mail. Ai «dimafonisti» e ai colleghi del desk in redazione, con umiltà ripeteva sempre: «Guardate se ci sono stronzate, mi raccomando, intervenite a correggerle». Altri tempi. I suoi passaporti erano una carta geografica, con visti e timbri di decine di Paesi. Fronti di guerra, ma non solo. La Somalia, la ex Jugoslavia, l’Iraq, l’Iran, la Palestina, Israele, il Ruanda, Kuwait, l’Afghanistan i luoghi su cui aveva i maggiori racconti, tanti ricordi. Nell'appassionato libro-intervista curato da Francesco de Core poi direttore del Mattino, intitolato «Stanza 1304 - la finestra sulla guerra», è ricordata anche la drammatica esperienza del 28 marzo 2003, quando Vittorio rimase a Bassora prigioniero della polizia di Saddam Hussein e per 24 ore di lui e di altri sei colleghi non si ebbero notizie. Ricordo quelle ore, la preoccupazione in redazione per le notizie frammentarie, il pezzo scritto da Pietro Treccagnoli che raccolse le prime dichiarazioni a distanza di Vittorio. Fu protagonista, con gli altri colleghi, della «notizia». Suo malgrado. Lui che sosteneva: «Nei tempi d'oro del lavoro degli inviati, senza Internet, andavamo sui luoghi degli avvenimenti e raccontavamo quello che vedevamo. Eravamo noi a creare la notizia, non arrivavamo a rimorchio». Era l’hotel Palestine, stanza 1304, il luogo dove venne segregato dalla polizia di Saddam. Con i colleghi, aveva trasgredito a restrizioni e limitazioni imposte, cercando di spostarsi in auto in cerca di notizie. Furono bloccati. Ricordò: «Fui condannato, nel triangolo d’oro della notizia, alla frustrazione e all’inattività professionale. Solo dalla finestra schermata della stanza 1304 ho potuto assistere alla rapida agonia del regime».

L’UOMO

Ironico, di innata empatia, Dell’Uva aveva la valigia sempre pronta alla chiamata improvvisa del giornale. Conteneva anche una macchinetta moka e buste di caffè napoletano che preparava poi per tutti i colleghi. Vittorio riusciva ad aggregare la comunità di inviati, non solo italiani, sui fronti di guerra. Lo hanno ricordato anche Tony Capuozzo e Guido Barendson, lo raccontò Mimmo Candito. Fu Vittorio a creare il gruppo «Sas» degli inviati italiani. Era un acronimo della lingua napoletana: salutam 'a soreta. Prendevano in giro così, all'estero, chi non li capiva, o voleva controllarli tenendoli all’oscuro delle notizie. Sas nacque a Zagabria, quando tentarono di fermare lui e altri colleghi non autorizzati. Si fece largo, con quella parola non compresa. Delle varie esperienze, Vittorio ricordava anche quella in Kosovo. La sua auto, con cui era partito e che mantenne a lungo, aveva il foro di un proiettile sul cofano. Viaggiammo con quella in più occasioni, nella condivisa esperienza nel Cdr, il Comitato di redazione che era l'organo sindacale interno. Fu una comune esperienza, significativa nella storia del giornale. Lui, in quel ruolo che lo costringeva alla «staticità professionale», era il brillante portavoce del gruppo. Da sindacalista, fu poi anche consigliere dell’Assostampa. Quando non era in giro, scriveva in redazione analisi e commenti di politica internazionale. Pluripremiato, e sempre con riconoscimenti prestigiosi, come il Saint Vincent, il Max David, il premio Cutuli, il premio Guglia. Tutti per l’attività di inviato di guerra. Orgoglioso dei figli Giuliano architetto e Lorenzo Maria mago dell'informatica, affezionato ai nipoti e alla moglie Antonella con cui d’estate si ritirava ad Ascea in Cilento, Vittorio Dell’Uva ha voluto lasciarci nel giorno in cui i giornali sono chiusi. Un altro dei suoi scherzi, lui che ai colleghi ripeteva che, su chiunque tra loro fosse morto prima, gli altri avrebbero sicuramente commentato «era il migliore tra noi». Tutta la famiglia del Mattino è vicina alla moglie e ai figli. I funerali, oggi alle 12, nella chiesa di Santa Maria della Rotonda in via Pietro Castellino. Addio Vittorio.