Muore la figlia transgender, genitori a processo: sulla tomba avevano messo nome e foto precedenti alla transizione

Nel 2021 aveva completato l'iter legale per essere riconosciuta a tutti gli effetti come Daniela M.S., ragazza transgender. La sua famiglia d'origine, però, non aveva mai accettato la transizione, arrivando a utilizzare sulla sua tomba il deadname (il nome registrato alla nascita) e a mostrare pubblicamente immagini che non corrispondevano in alcun modo alla sua identità di genere.

A sporgere denuncia al Tribunale di Novelda, nella provincia di Alicante, sono state le amiche di Daniela insieme all'associazione Euforia Familias Trans Aliadas. Si tratta di un procedimento dal valore simbolico e giuridico enorme: è infatti la prima indagine giudiziaria che ipotizza un reato per danno post-mortem alla dignità di una persona transgender.

La denuncia dell'associazione

L'avvocato dell'associazione, Saúl Castro, ha spiegato alla stampa spagnola che la giovane «è stata sepolta con un nome e un’immagine che non le appartenevano più, con l’intento di cancellare la sua identità. La dignità della persona esiste anche dopo la sua morte». Secondo il legale, la condotta dei genitori costituisce «una violazione della memoria di Daniela attraverso atti umilianti di disprezzo e discredito della sua identità». Anche dopo il decesso, i familiari avevano continuato a riferirsi a lei al maschile, disconoscendo il suo percorso umano e anagrafico.

Dalle terapie di conversione al tragico epilogo

Originaria di Santiago del Cile, Daniela era stata adottata all'età di 2 anni da una famiglia di Santander estremamente conservatrice.

Già a 10 anni aveva espresso ai genitori il proprio disagio rispetto al genere assegnato alla nascita, ma era stata costretta a seguire sedute da uno psichiatra per presunte terapie di conversione. Nel 2013, dopo aver riaffermato in famiglia la propria identità di genere, era stata spedita in un convento.

Nel 2017, in seguito a una grave crisi psicologica, la giovane si era affidata a un centro di supporto specializzato che l'aveva accompagnata nel percorso di transizione. Tolta la tutela legale ai genitori, a 18 anni si era trasferita a Madrid per costruire una nuova vita lontana da odio e pregiudizi, ma anche qui si era trovata ad affrontate ulteriori episodi di discriminazione e molestie lavorative. Nell'aprile 2022, dopo l'ennesimo tentativo fallito di riavvicinamento rifiutato dai genitori, la ragazza si è tolta la vita.

Sulla vicenda la Procura di Alicante ha individuato possibili indizi di reato, sottolineando come la condotta dei familiari superi la sfera strettamente privata e configuri una «volontà innegabile di umiliazione». Spetterà ora ai giudici stabilire se le azioni contestate possano costituire a tutti gli effetti un delitto d'odio.


Ultimo aggiornamento: venerdì 11 settembre 2026, 13:33

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