Musica sacra: l’unica davvero immortale

In chiesa oggi si sentono melodie pop e canti moderni, ma con scarsi risultati spirituali. Meglio – dice il cardinale Robert Sarah nel suo nuovo libro – lasciare che sia l’arte antica ad agire sulle anime

Non è detto che i cristiani, anche i più legati alla tradizione, debbano essere per forza ostili alla cultura pop, all’arte che viene “dal mondo”.

Lo dimostra il cardinale Robert Sarah, per anni prefetto della Congregazione per il Culto Divino, nel nuovo libro appena pubblicato da Cantagalli e intitolato Il Cantico dell’Agnello. Musica sacra e liturgia celeste, un dialogo raffinato e avvincente con Peter Carter, direttore del Catholic Sacred Music Project. A un certo punto, il cardinale esamina persino un film hollywoodiano, e dei più discussi: la Passione di Cristo di Mel Gibson. «La transizione di Roma da cuore del mondo pagano a centro della Chiesa cristiana riflette il potere trasformativo della cultura cristiana, che è essa stessa espressione della fede di generazioni di credenti», scrive Sarah. «Questo potere dell’arte di muovere i cuori e accostare le persone a Cristo non è circoscritto alla sola arte sacra in senso stretto. Quando ho guardato il film La Passione di Cristo di Mel Gibson, l’ho trovato profondamente commovente. Meditare sulla Passione del Signore attraverso questo mezzo mi ha aiutato a celebrare l’Eucaristia con maggiore profondità, facendomi sentire più unito al nostro Signore e infondendomi una più viva consapevolezza della sua sofferenza e del suo immenso sacrificio. Eppure, ciò che vediamo sullo schermo non è che un barlume di quanto Cristo ha veramente patito per noi. In un certo senso, la pellicola di Mel Gibson può essere considerata come una forma di inculturazione cristiana, capace di introdurci a un incontro più intimo con i misteri della fede. Opere artistiche di questo genere, così come le recite natalizie o le sacre rappresentazioni della Passione, concorrono a innestare la vita del nostro Signore nelle nostre culture; tuttavia, resta fondamentale distinguere tali espressioni dal culto divino, a cui partecipiamo propriamente nella liturgia».

Dunque non si deve per forza rifiutare il pop, o la modernità. Occorre però fare attenzione: non si può confondere ciò che è mondano con ciò che è sacro. L’arte è di sicuro un mezzo che può guidare verso una intensa esperienza spirituale, e può farlo in modi che possono apparire sorprendenti o perfino disturbanti. La musica, ad esempio, è uno strumento di incredibile potenza. Ed è esattamente su questo tema che il cardinale e il suo interlocutore si concentrano: la musica sacra. Tema a lungo dibattito e in fondo sempre attuale. Oggi, nelle chiese svuotate, risuonano melodie pop e canti di ogni genere, spesso concessioni a una sensibilità contemporanea che rischiano di produrre esiti pacchiani. Non sembra tuttavia che le chitarre acustiche e i brani da classifica riadattati abbiano prodotto chissà quale risveglio spirituale, anzi. In compenso, rischiano di svilire il senso dell’esperienza che si vive in chiesa.

«Quando si tratta della liturgia, dobbiamo agire con prudenza e discernimento, riconoscendone lo scopo fondamentale e ammettendone, al contempo, il potenziale evangelizzatore», spiega Sarah. «È solo in questo modo che l’integrità della liturgia viene preservata e che si può compiere una vera missione pastorale. Allo stesso modo, la musica sacra deve innanzitutto riflettere il fine primario dell’azione liturgica, servendo al tempo stesso lo scopo secondario dell’edificazione dei fedeli, così da introdurli nel mistero e condurli a una fede più profonda. Questi fini non si escludono a vicenda, ma tra di essi sussiste una chiara distinzione».

È da questi punti fermi che parte la splendida riflessione di Sarah sulla musica sacra e la sua immortale bellezza, così straordinaria da avvincere anche chi non è fedele. Una riflessione che non può trascurare la lingua in cui questa musica si è per lunghissimo tempo espressa, e che ancora oggi (ma sempre meno) risuona nei canti intonati in latino.

«Quando ero bambino, non riuscivo a capire tutto della Santa Messa in latino; poi, però, imparando a cantarne le parti – il Gloria, il Credo, etc. -, ho imparato anche come esprimere il mio amore per Dio attraverso le parole e la musica della liturgia. Pregare, infatti, non è solo una operazione intellettuale: significa porsi in ascolto di Dio e inginocchiarsi davanti a lui in adorazione e con amore. Nella preghiera, la cosa più importante è che il cuore parli a Dio; una dimensione ben più profonda, nella sua semplicità, della comprensione di ogni singola parola», scrive ancora Sarah.

Il cardinale avanza una accorata difesa del latino, anzi innalza una sorta di canto di lode a una lingua melodiosa e divina, su cui purtroppo si consumano divisioni anche all’interno della Chiesa. L’utilizzo del latino, nella sua prospettiva, diviene un sublime veicolo per avvicinarsi a Dio. «Questo approccio alla preghiera liturgica presenta una chiara analogia con il modo in cui insegniamo l’alfabeto ai bambini attraverso la nota canzoncina. Certo, all’inizio non capiscono il senso delle letterine, ma poi, attraverso la ripetizione e la formazione continua, arrivano a conoscerne il significato. Lo stesso principio si applica ai canti dello Jubilate Deo, pensati per essere accessibili a tutti. Non è necessario avere una conoscenza dettagliata di ogni singola componente della preghiera liturgica perché questa sia sincera e nasca dal cuore. La preghiera – scrive san Giovanni Damasceno – è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti. Anche se non cogliamo ogni singola parola, la lingua latina ci unisce alla Tradizione della Chiesa per partecipare ai santi misteri. La predicazione, l’ascolto della Parola di Dio, e le pie devozioni vanno benissimo nelle nostre lingue volgari; si tratta però di avere umiltà! Dio ha voluto che la Chiesa avesse la propria lingua sacra e la propria tradizione di musica sacra. Siamo chiamati a essere umili come i piccoli, per imparare la lingua e la musica della Chiesa, la lingua e la musica di Dio! Se ci limitiamo alla nostra lingua e alla nostra musica, rischiamo di ripiegarci su noi stessi e di chiuderci al resto della Chiesa; potremmo persino arrivare a chiuderci a Dio! Quando cantiamo il Credo in latino, ci apriamo a tutta la Chiesa: siamo uniti ai cristiani cinesi, arabi, etc. Non siamo soli. Dio vuole che la Chiesa sia una famiglia! Ce lo ha mostrato nell’Antico Testamento, con la sua alleanza con Abramo; e nel Nuovo Testamento, con i Dodici, quando ha fondato la Chiesa. Una famiglia deve possedere un linguaggio condiviso, una cultura condivisa, consuetudini condivise. Se perdiamo il latino, perdiamo questo legame condiviso con la Chiesa di tutto il mondo; perdiamo la cattolicità».

Perdere il latino, dunque, significa perdere un tassello fondamentale della nostra cultura, significa perdere un pezzo di identità, e contribuire ulteriormente allo smantellamento della fede. «Ritengo che alla base di questa avversione per il latino ci sia il risultato di generazioni segnate da scarsa formazione, radicate in un’ideologia secondo la quale la Tradizione della Chiesa debba essere accantonata a vantaggio di qualcosa di totalmente nuovo», dice Sarah, facendosi critico acuto dalla modernità. «La Chiesa consente l’uso del volgare nella liturgia, ma il Concilio è chiaro nell’affermare che il latino debba essere conservato come lingua propria della Chiesa Romana, e che tutti i fedeli debbano conoscere le parti dell’Ordinario della Messa cantate in latino il Gloria, il Credo, il Sanctus e l’Agnus Dei così come il Kyrie, che è in greco. Inoltre, anche laddove nella liturgia si adotti il volgare, tale uso dev’essere sempre sufficientemente sacro da orientarci a Dio, e non alle realtà mondane di tutti i giorni. Se intendiamo veramente attuare la visione liturgica del Concilio per la Chiesa, non possiamo considerare il latino come antitetico alla partecipazione effettiva dei fedeli alla liturgia. Sia chiaro: rifiutare la Tradizione della Chiesa, inclusi la lingua latina e il canto gregoriano, equivale a tutti gli effetti a rifiutare il Concilio Vaticano II».

Ecco che il libro del cardinale diventa una prezioso manuale di conservatorismo. Rimane aperto alla bellezza moderna, la abbraccia con prudenza. Ma allo stesso tempo difende una tradizione antica, quella che ci rende gli europei che siamo. Valorizzare la musica sacra significa abbandonarsi alla potenza della lingua latina, e conservare il latino significa conservare la cattolicità. «Sulla scia delle riforme del Concilio Vaticano II, che hanno incoraggiato un più ampio impiego della lingua volgare nella liturgia, abbiamo assistito a un inquietante aumento dell’adattamento della Messa alla cultura secolare, che ha messo in ombra la sacralità della celebrazione eucaristica stessa» dice il cardinale. «Benché sia giusto e opportuno incorporare nella liturgia elementi propri della cultura locale che siano degni, ciò dev’essere fatto con grande cura e discernimento. Gli elementi essenziali della liturgia, le orazioni, le letture, il sacrificio eucaristico, etc. non devono venire alterati. Gli adattamenti culturali che la Chiesa consente dovrebbero servire a illuminare le verità universali della fede, non a oscurarle».

In questo senso, la celebrazione del latino è solo un altro modo per esaltare e tutelare la grande tradizione della Chiesa. «Si deve avere grande pazienza e attenta cura pastorale nei confronti di coloro che manifestano avversione per il latino o per qualsiasi altra espressione della Tradizione della Chiesa», conclude Sarah. «In questi casi estremi, si dovrebbe sempre rispondere con carità cristiana e pregare per queste persone con le parole di Cristo: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”».