Alla proiezione stampa di Naza, a Venezia, prima dell’incredulità, dello sconcerto, degli applausi c’è stato un momento abbastanza surreale. Quando, nel film, un giovane Benjamin Netanyahu dice in un’intervista del 1986: «Il terrorismo deliberatamente, sistematicamente, attacca i civili, è il suo disegno, non è un incidente, lo fa ripetutamente. E non dovremmo permettere ai terroristi di confondere le acque. Se hanno successo nel chiamare se stessi vittime, allora le persone inizieranno a giustificare i loro crimini dicendo che il fine giustifica i mezzi e loro vinceranno». Dal fondo della sala Darsena è partita una potente risata nervosa. Perché i 24 ufficiali dell’Unità 8200, il reparto di intelligence delle Forze di difesa israeliane - che da un’ora ci stanno descrivendo i sistemi alla base del massacro della popolazione palestinese a Gaza - obbediscono proprio agli ordini di quel signore.
Il genocidio (l’ha definito così anche la Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu, nda) è affidato all’IA, a un software che individua telefoni “simili” a quelli dei membri di Hamas, ovvero con gli stessi “comportamenti digitali”. Ma può anche voler dire che se il mio telefono ha in rubrica un numero in comune con una catena di altri contatti riconducibili a un sospetto membro di Hamas io entro nella rete e divento un possibile bersaglio.
È un sistema congegnato ben prima del 7 ottobre 2023 che monitora decine di migliaia di telefoni e colpisce quando sente due parole: “papà”, “tornato”. Una bambina che risponde alla telefonata della mamma: "sì, papà è a casa". Sanno esattamente chi è presente quando il missile parte. Naza è una sigla fredda, deumanizzante, che indica i “danni collaterali”, gli innocenti - come quella bambina - ammazzati per colpire un presunto membro di Hamas. Si è arrivati a un margine di tolleranza di 500 Naza. Una strage degli innocenti. E, attenzione, questi ufficiali non sono pentiti. Perché l’hanno fatto? Forse perché sta cominciando a diventare sempre più insostenibile raccontarsi che devono “fidarsi del sistema”, che obbediscono a un ordine, che non odiano gli arabi, no, ma questa è una “missione”, che “il mio è un ruolo tecnico”. A forza di guardare cani che mangiano cadaveri e di sparare su gente in coda per il cibo qualcuno di loro arriva a dire: «Sono stato in Polonia, nei campi di concentramento e non capivo come si potesse essere capaci di un simile genocidio. Ora lo capisco». Anche se è come un videogioco, si uccide a distanza, anzi, si distrugge a distanza: vite, case, villaggi. «Può essere divertente, sì», «Ti senti Dio perché ascolti tutto quello che dicono».
Il film nasce dalle inchieste pubblicate tra il 2023 e il 2025 su +972 Magazine, Local Call e The Guardian. I due registi, Yuval Abraham e Rachel Szor, sono del collettivo che ha vinto l’Oscar con No Other Land. I due israeliani del gruppo si sono presi la responsabilità di denunciare i crimini contro l’umanità del loro governo. Israele gli ha dato dei bugiardi ma ha fatto partire un’indagine per capire chi ha “tradito”. L’estrema destra chiede le loro teste e piantona le loro case.
Mentre gli ufficiali intervistati raccontano il piano di annientamento di massa (l’Onu parla di 73 mila vittime ma potrebbero essere di più), la macchina da presa inquadra le finestre di fronte. Gente che torna a casa, si prepara la cena, fa ginnastica, ascolta la musica.
Alberto Barbera, direttore della Mostra di Venezia, ha ricordato che il cinema è «una finestra affacciata sulla consapevolezza degli avvenimenti più significativi della contemporaneità». La finestra è spalancata. E diventa sempre più difficile negare quello che sta succedendo.
Il film è nelle sale il 28, 29 e 30 settembre. Dal palco del festival, Yuval Abraham ha detto che Italia e Germania stanno bloccando le pressioni su Israele che potrebbero portare alla fine del massacro.

