BELLUNO. Per due anni Neva, una lupa delle Dolomiti, ha scritto senza saperlo un lungo diario giornaliero fatto di dati, tracciamenti, spostamenti, abitudini. Merito del radiocollare che portava e che, discretamente, l’ha seguita in questi oltre 24 mesi prima di essere staccato, da remoto, dal team di ricercatori del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi che sta lavorando ad un ambizioso progetto di monitoraggio. Numeri e coordinate trasformati poi, grazie al duro e costante lavoro sul campo e davanti al Pc degli esperti del Parco, in una conoscenza più approfondita dei comportamenti e, perché no, del carattere dei lupi, specie tanto affascinante quanto complessa, e tutto sommato ancora poco conosciuta da un punto di vista strettamente scientifico.
Ma come funziona un radiocollare? E cosa può insegnare, al di là delle stringhe di dati raccolti, la storia di Neva? Il Dolomiti lo ha chiesto al professor Marco Apollonio, zoologo dell’Università di Sassari e responsabile scientifico del progetto di monitoraggio del lupo sulle Dolomiti Bellunesi.
RADIOCOLLARE.
Partiamo dal ‘cosa’: il radiocollare è uno strumento ormai sempre più utilizzato per scopi di ricerca e monitoraggio delle specie, e il lupo non è certo l’unico caso che riguarda la fauna selvatica. “Esistono modelli che si adattano a varie specie di animale – spiega Apollonio -, e una discreta ‘comodità’ è una caratteristica tutt’altro che secondaria. Il radiocollare non deve essere troppo appariscente né dare fastidio, viene scelto in funzione della mancanza di disturbo nei confronti dell’animale stesso: il risultato, prendiamo il caso del lupo, è che l’individuo non è influenzato dal radiocollare né nella sua attività né nel mantenimento del suo ruolo all’interno del branco. Prosegue la sua vita sociale come prima, e questo è fondamentale naturalmente per immagazzinare dati realmente significativi sulle abitudini reali dell’individuo e del branco”.
Ogni radiocollare comunica con un segnale Gps e uno Vhf: grazie alla copertura satellitare, più affidabile di quella telefonica specie in luoghi inaccessibili o in alta montagna, vengono registrate le posizioni, di notte anche una ogni mezz’ora, e arrivano al computer dei ricercatori la mattina presto. La Vhf, segnale radio che si capta da terra con antenna e ricevitore, è un po’ più datata ma molto utile per avvicinarsi a un lupo o per ritrovare un collare caduto dopo aver dato il comando da remoto di “drop off” per staccarlo. Un’operazione che avviene dopo circa due anni in vista dell’esaurimento delle batterie del dispositivo.
“Grazie ai dati che raccogliamo, vengono ricavati vari tipi di informazioni. Intanto la localizzazione spaziale: dove si trova il lupo in quel determinato momento. In base agli spostamenti e alle procedure statistiche a disposizione, si determina anche la velocità di questi spostamenti: dove va un lupo e quanto velocemente. Sembrerà banale, ma i lupi sono animali che si muovono tanto, a volte tantissimo. I maschi in dispersione possono viaggiare per centinaia di chilometri senza problemi, ed è strategico poter mappare e studiare questi spostamenti dei quali di solito si sa pochissimo. Grazie alla conoscenza dei territori, queste rilevazioni garantiscono un’altra preziosa informazione: che tipo di ambienti venga selezionato da un lupo, o da un branco. Una questione non più di movimento, insomma, ma di habitat”.
“Una terza fondamentale indicazione – riprende Apollonio - è quella legata non allo spostamento, ma al rimanere fermo in un posto: il lupo si ferma solo se si riposa, o perché ha ucciso una preda. Seguendo i raggruppamenti di punti sulla mappa, generalmente notturni, si può verificare sul campo, al mattino, se quelle soste siano cluster alimentari e verificare eventualmente cosa ha mangiato il lupo. Si trovano carcasse predate, ma magari anche fonti di cibo di origine antropica. Per le prede di grossa taglia è un sistema fantastico che ci fornisce dati importanti di ecologia alimentare per sapere di più su dieta e caccia, mentre sfuggono più spesso al monitoraggio le prede di piccole dimensioni che riteniamo quindi essere sottostimate”.
Oltre a tutto questo un’altra fonte di rilevazioni e spunti è data dagli accelerometri montati sui radiocollari, che registrano i movimenti nelle tre direzioni e dicono quando un animale è attivo o inattivo. “Quando dorme, quando caccia, quando si sposta. Sono dati ‘pesanti’ da un punto di vista della memoria del dispositivo e dell’upload satellitare, quindi 'costano' molta energia. Una volta si tendeva a immagazzinare più dati su una memoria fisica a cui accedere quando il radiocollare veniva staccato, oggi grazie alle tecnologie più sviluppate possiamo permetterci un invio più massiccio di dati da remoto ma chiaramente a un certo punto le batterie si esauriscono: e un collare scarico è inutile, si fa staccare prima che si spenga del tutto e poi si riutilizza”.
NEVA.
Passiamo al ‘chi’. Intanto smarcando un possibile equivoco: la lupa Neva, così come gli altri esemplari a cui è stato messo o verrà messo in futuro il radiocollare, non è stata ‘scelta’. Mettere ad un lupo un radiocollare è molto più facile a dirsi che a farsi.
“È semplicemente impossibile – spiega il professor Apollonio – pensare di mettere il radiocollare ad un esemplare specifico, magari più interessante di altri per età, ruolo nel branco, caratteristiche. La realtà è che la cattura del lupo, così come il posizionamento del dispositivo, è un’operazione complicata, lunga, difficile. Quello che possiamo fare in base alle conoscenze acquisite è scegliere semmai un branco, ecco: a quel punto si installa la trappola in un’area di passaggio di quel branco e si cattura ‘chi capita’. Poi il lupo viene sedato, e gli si applica il collare per rimetterlo in libertà, tutto in massima sicurezza anche dal punto di vista veterinario. Nel caso di Neva, possiamo dire che ci è andata bene”.
Neva infatti è figlia di Novi, la prima femmina di quel branco ad aver portato un radiocollare: “Oggi Neva ricopre lo stesso ruolo che era della madre, cioè quello di femmina riproduttiva del branco. Seguire prima la madre e poi la figlia ci ha permesso di dare continuità ai dati raccolti negli anni precedenti, scoprendo per esempio che con il cambio di maschio dominante è cambiato anche il modo in cui il branco si spostava sul territorio, arrivando anche a quote molto alte in montagna. È stato importante poter seguire un animale territoriale come Neva per capire meglio le abitudini di un branco che si muove sul territorio del parco, più stanziale rispetto ai casi menzionati in precedenza di maschi in dispersione che invece fanno lunghi viaggi. Il caso, per esempio, del lupo Mirco finito per sua sfortuna in Tirolo dove è stato abbattuto dai cacciatori. Ma questa è un’altra storia” (qui l'articolo).
“ITALIANI CHE LAVORANO TROPPO”.
Puntini sulle mappe, affascinanti lupi, tecnologie all’avanguardia: sembra quasi di essere dentro un film d’azione hollywoodiano, ma la quotidianità del team di ricercatori che lavora giorno dopo giorno per scoprire di più sui grandi carnivori e su come poter arrivare a una convivenza sempre più serena e consapevole è fatta di sudore e impegno costante.
“A parole sembra tutto molto facile, ma la realtà è che si tratta di un lavoro duro, complesso, continuo. Una coordinata sulla mappa non rimane solo sulla teoria, ci sono squadre di ricercatori, specialmente giovani, che partono la mattina a piedi raggiungendo luoghi impervi o quasi inaccessibili per trovare magari una carcassa e poter raccogliere dati ed elementi aggiuntivi. Dell’operazione per applicare il radiocollare ho già parlato poco fa, ma pure recuperarlo dopo averlo staccato da remoto è tutt’altro che agevole. E poi ore di analisi, comparazioni di dati e ‘traduzione’ di quei numeri in elementi concreti e scientifici. Su questo concedetemi una battuta: alcuni colleghi stranieri quando si accorgono di quello che stiamo facendo in Italia sul tema del monitoraggio dei lupi strabuzzano gli occhi e si stupiscono di quanto lavoriamo. ‘Italiani che lavorano troppo’, una frase che all’estero, dove siamo spesso accompagnati da un altro tipo di etichette e luoghi comuni, non avevo mai sentito prima!”.
Il lavoro nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi prosegue: nelle prossime settimane l’obiettivo è quello di “piazzare” altri due radiocollari, portando a tre i dispositivi attivi nel territorio.
Un approccio accademico che però lascia spazio anche alle emozioni. “Beh, diciamo che è difficile non sviluppare dell'affetto per questi esemplari che seguiamo così da vicino per mesi, o anni. Io ammetto - conclude Apollonio - che pur lavorando in tanti altri contesti, viaggiando per lavoro e non essendo spesso ‘sul campo’ dove invece ci sono ricercatori appassionati competenti e onnipresenti, almeno una volta al giorno apro l’app dove arrivano i segnali gps dei lupi radiocollarati. Anche solo un’occhiata per vedere dove sono, e immaginare cosa staranno facendo”.