Nicola Sorcinelli, seguire nuove rotte

«Matilda per sua stessa ammissione è una gran cagacazzi quando si rivede sullo schermo», ride Nicola Sorcinelli. «Invece è uscita dalla prima visione che abbiamo fatto molto commossa, mi ha detto: “Mi sono proprio dimenticata di me, mi sono goduta il film”». Il film è Balcanica, è l’unico titolo italiano in concorso alle Giornate degli Autori quest’anno a Venezia, la protagonista è Matilda De Angelis. È l’opera prima di Nicola Sorcinelli, tanti corti (l’anno scorso è stato candidato ai David di Donatello con La confessione, starring Andrea Arcangeli e Romana Maggiora Vergano), il passaggio dietro la macchina da presa di serie dalla stazza importante (Briganti per Netflix, In Utero per HBO Max), e ora il primo lungometraggio, che è «una cosa cominciata tre anni e mezzo fa. Matilda è stata la primissima a cui ho fatto leggere la sceneggiatura, e ha accolto il progetto immediatamente, ci è entrata talmente tanto che per la prima volta nella sua carriera firma anche da produttrice associata. Ci ha messo da subito quel suo entusiasmo che si è portata dietro anche sul set e che ha contagiato tutti: nei giorni in cui non girava, si sentiva la sua mancanza. È stata un ingrediente fondamentale per il suo talento, ovviamente, ma anche per la sua umanità».

Girato interamente in Serbia, il film è la storia di Greta, giovane medico che affronta la sua prima missione sulla rotta balcanica, dove incontrerà due musicisti afghani, padre e figlio (Babak Karimi e Ivar Wafaei), in fuga verso l’Italia. «C’è il tema della migrazione», spiega Sorcinelli, «che in questo momento storico, per ragioni orribili, è estremamente caldo. Ma c’è soprattutto un racconto umano, che nasce da storie che, tristemente, sono vere».

Matilda De Angelis in ‘Balcanica’ di Nicola Sorcinelli. Foto: Fandango

Sorcinelli non è nuovo ai set “grandi”, ma mi chiedo – e gli chiedo – se si sente che l’opera prima è l’opera prima. Che ha un valore specifico, che la firma del suo autore avrà un peso anche simbolico diverso. «Vengo da serie che sono macchine produttive molto grosse, quindi ero abbastanza tranquillo a livello gestionale. Però è stato un set impegnativo. Abbiamo girato tutto il film in Serbia, in questa località al confine del Kosovo che è famosa per essere la più fredda del Paese. Ma la vera differenza stava nel fatto che, rispetto a quello che puoi fare in una serie, qui era fondamentale avere un rapporto molto “vicino” con tutti gli attori». A cominciare dal protagonista Ivar Wafaei, «che abbiamo trovato in Germania: ci ha mandato un provino che ci ha fatto piangere».

Le storie degli altri, e poi una storia che è solo sua, di Nicola. «Balcanica era al 100% una cosa mia, senza una supervisione, senza duecento voci che ti dicono questo o quello. Io ho avuto un’esperienza molto fortunata nella serialità, sono sempre stato molto libero di esprimermi, però è un’altra cosa: lavori per delle società che rispondono a regole editoriali precise, qui invece ero totalmente io. Per farti un esempio banale, questo è un film girato con tanta macchina a mano proprio perché volevo stare addosso ai protagonisti, e spesso invece quando si girano le serie ci sono dei paletti: “Lì c’è troppa macchina a mano, poi il pubblico si stranisce”. In questo senso, girare Balcanica è stato liberatorio».

Si fa un gran parlare del nostro sistema-cinema che non accoglie le nuove voci, o anche solo della difficoltà di imporre il proprio sguardo. «La tigna, la pazienza e la tenacia aiutano. E, sarò banalissimo, anche la passione per questo mestiere, perché il processo è talmente lungo, e spesso fa soffrire così tanto, che se non sei sostenuto da qualcosa di profondamente viscerale che ti spinge ad andare avanti rinunciare diventa molto facile. Per il resto, secondo me bisogna continuare ad essere sinceri nella propria visione, prima di tutto con sé stessi, cercare di mantenere un proprio sguardo e anche essere bravi a circondarsi di persone che ti sostengono. Quando ho conosciuto Nightswim, la società di Ines Vasiljevic e Stefano Sardo che ha prodotto il film, ho subito capito che il mio sguardo veniva seguito, apprezzato. Che saremmo andati nella stessa direzione».

La direzione è stata – altra anomalia per i nostri registi esordienti – seguire letteralmente altre rotte, andare altrove, non stare sempre ad aspettare che tutto funzioni dove ci si aspetta che funzioni. «È stato una sfida e un arricchimento. C’era la paura iniziale, lavorando con una troupe che – a parte me, Matilda e la costumista Maria Letizia [Della Felice] – era tutta serba, di entrare in un mondo che aveva regole diverse: una su tutte, lì si gira dodici ore al posto delle otto o dieci nostre. Ma quello che ci siamo sempre detti è che fin dall’inizio c’è stata una buona energia. È stato un set difficile a livello atmosferico, ci siamo spinti fino a zone molto selvagge, però l’abbiamo tutti vissuto con grande calore. C’era un grande tifo da parte di tutti nel fare questo film».

Ivar Wafaei in una scena del film. Foto: Fandango

L’esito, mi sembra di capire, assomiglia molto a quello che Sorcinelli aveva in mente fin dall’inizio: e per un regista al primo film anche questo non è mai scontato, anzi. «Nella mia testa Balcanica era già montato ancora prima di arrivare sul set. Avevo un’idea molto chiara e precisa di quello che volevo. Ci sono stati degli imprevisti, un giorno nevicava quando ci serviva il sole o viceversa, ma in qualche mondo li abbiamo aggirati. La cosa che non potevo considerare prima di girare era il fattore umano. Solo quando sono arrivato sul set ho sentito davvero la responsabilità di raccontare una storia importante perché era vera, il viaggio di un padre e un figlio, e avere un attore straordinario che aveva vissuto quell’esperienza aggiungeva un grado di responsabilità ulteriore, che mi spaventava molto. Ho cercato di essere rispettoso delle vite che raccontavo, prima ancora che del film che stavo facendo».

E adesso, cosa e come si sceglie come continuare il viaggio? «Non parlerei di scelte, non mi metto mai a tavolino a pensare a cosa potrebbe essere più giusto fare. Nella Confessione ho voluto ambientare il racconto nel passato perché ho una grande passione per la Storia, quasi quanto per il cinema. Mi piacerebbe andare un po’ indietro, ai racconti di mia nonna: questa è sempre stata una mia grande ambizione. Certo è difficile immaginare e realizzare un film in costume, che si porta dietro delle difficoltà ancora maggiori». Ma vedendo dove ha scelto di buttarsi per il suo esordio, sembra che a Nicola Sorcinelli le cose comode non piacciano, ed è bellissimo co