Il camion arriva all'improvviso, mentre i fuochi d'artificio sono appena finiti e le migliaia di persone sulla Promenade des Anglais iniziano a disperdersi. È il 14 luglio 2016, sono circa le 22.30 e Nizza sta celebrando - come il resto della Francia - la Festa nazionale. Mauro Sardu e la moglie Ombretta Romanin, arrivati da Torino per le vacanze, sono all'altezza dell'Hotel Royal, in direzione dell'aeroporto. Con ciò che è successo quella sera devono ancora fare i conti, dieci anni dopo.
"Per una serie di coincidenze fortunate siamo riusciti a spostarci. Il camion ci ha superato, travolgendo tutto quello che era dietro di noi e al nostro fianco", racconta Mauro a Tag24. "Ce l'avevamo di fronte e lo abbiamo visto arrivare, ma chi era di spalle non ha potuto fare niente". Nell'attentato, compiuto da Mohamed Lahouaiej-Bouhlel - ucciso dalla polizia nell'immediatezza - e poi rivendicato dall'ISIS, sono morte 86 persone e oltre 450 sono rimaste ferite. Tra le vittime anche sei italiani.
L'attentato del 14 luglio per Mauro Sardu e Ombretta Romanin
ll camion passa a pochi metri da loro. Dietro, davanti e ai lati restano vite travolte. Mauro e Ombretta riescono a salvarsi, ma da quella sera nulla sarebbe più stato come prima. Per alcuni giorni rimangono a Nizza, dove le autorità francesi raccolgono la loro testimonianza.
"Scappammo subito a casa. Ricordo che non riuscivamo a muoverci, non riuscivamo a fare nulla per lo spavento. Solo dopo un paio di giorni trovammo il coraggio di uscire e recarci dalla polizia. Eravamo testimoni oculari di quello che era successo e dovevamo raccontarlo", spiega Mauro.

Dalle sue parole si percepisce che c'è un prima e un dopo quel 14 luglio. "Quell'evento ha cambiato il nostro percorso di vita, le nostre percezioni, tutto". All'epoca con Ombretta gestivano alcune scuole di danza. "Le abbiamo prima ridotte, poi chiuse, perché i rumori e la folla ci davano fastidio", racconta.
"Per stare meno male abbiamo preferito orientarci su qualcosa di diverso". Oggi gestiscono un allevamento di gatti ragdoll, "una sorta di pet therapy" che li aiuta ad affrontare gli strascichi di ciò che hanno vissuto. A entrambi i medici hanno diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress, con un'invalidità riconosciuta del 43%.
Ma l'iter non è stato semplice. "Le ferite psicologiche non si vedono", osserva Mauro. "Se perdi una gamba tutti lo capiscono. Se invece la notte non dormi, hai paura, cambi modo di vivere, hai cicatrici di cui nessuno si accorge. Abbiamo avuto bisogno di terapie e farmaci. Altrimenti saremmo crollati".
L'iter giudiziario per il riconoscimento di vittime del terrorismo
Le autorità francesi hanno riconosciuto da subito Mauro e Ombretta come vittime del terrorismo, conferendo loro una medaglia al valore. Negli anni successivi, sarebbero stati anche chiamati a testimoniare davanti alla Corte d'Assise speciale di Parigi nel processo a carico degli otto imputati accusati di aver favorito l'attentatore, tutti condannati nel 2022 a pene comprese tra due e diciotto anni di reclusione.
"In Italia sembrava che non fossimo mai stati a Nizza quella sera", racconta Mauro. "Avevo fatto tutto quello che da semplice cittadino potevo fare, compilando i documenti e inviandoli a chi di dovere. Dopo il primo, il secondo e il terzo rifiuto, abbiamo capito che qualcosa non andava". A ostacolare la procedura, un mancato passaggio di comunicazioni tra le autorità italiane, con i loro nominativi mai entrati negli elenchi del Ministero dell'Interno.
È iniziata così una lunga battaglia. Assistiti dall'Osservatorio Nazionale Amianto e Vittime del Dovere e dall'avvocato Ezio Bonanni, i coniugi hanno raccolto una mole di documentazione, dalle deposizioni rese agli ufficiali di polizia in Francia alle foto scattate nei giorni dell'attentato, fino ai dati di geolocalizzazione dei telefoni cellulari, per confermare la propria presenza a Nizza.
Nel 2025 il verdetto del Tribunale di Torino, che ha finalmente riconosciuto il loro status di vittime, accertando anche il PTSD e il diritto ai benefici previsti dalla legge. "A quel punto ci interessava di più non passare per bugiardi", dice Mauro. "In Francia ci avevano creduto subito. In Italia abbiamo dovuto dimostrare ciò che avevamo già raccontato". Dopo il primo grado, le autorità non hanno impugnato la sentenza, che è quindi passata in giudicato.
"Mai più": l'augurio a dieci anni dalla strage che li ha cambiati
La loro vita va avanti. Ma con il pensiero di essere dei "sopravvissuti" entrambi devono ancora fare i conti, dieci anni dopo. Dieci anni in cui hanno scelto di esporsi il meno possibile, un po' per tutela un po' per la convinzione che il ricordo di una strage non debba trasformarsi in un'esposizione personale. Nelle parole di Mauro, la speranza che nessuno debba più vivere simili tragedie.
"Chi ha ucciso lo ha fatto nascondendosi dietro lo scudo di un'ideologia estrema, senza trarre alcun vantaggio. Tra le vittime c'erano tantissimi musulmani. Alla fine, ci hanno perso tutti", spiega. "Noi siamo sopravvissuti e siamo andati avanti, ma ci sono ferite che restano", conclude. "L'unica cosa che ci interessa è che tragedie come questa non si ripetano. Che nessuno debba più viverle".