L’AIPAC, la principale lobby pro-Israele del paese, ha già speso oltre 60 milioni di dollari nelle elezioni statunitensi di metà mandato del 3 novembre: più che in ogni elezione precedente. Ha investito nelle primarie, soprattutto del Partito Democratico, per sostenere i candidati considerati filo-israeliani e contrastare quelli percepiti come critici, non sempre ottenendo i risultati sperati. L’AIPAC è oggi discussa e divisiva, soprattutto fra i candidati e l’elettorato più di sinistra, ma non è sempre stato così: fino a una decina di anni fa nell’opinione pubblica statunitense il sostegno a Israele, e indirettamente all’AIPAC, era ampiamente maggioritario. Dal 2023 le cose sono iniziate a cambiare.
Un tempo organizzazione bipartisan, l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) è sempre più apertamente percepita come schierata con i Repubblicani. Ottenere il suo sostegno, per quanto ricco, può diventare un problema politico, dato che le opinioni di buona parte dell’elettorato sono sempre meno favorevoli al governo israeliano di Benjamin Netanyahu, che negli ultimi tre anni ha bombardato e invaso la Striscia di Gaza e il Libano e ha avviato la guerra contro l’Iran insieme agli Stati Uniti. A questo si aggiungono le crescenti preoccupazioni per le influenze di lobby così ricche sulla politica.
L’AIPAC non è l’unica lobby a investire decine di milioni di dollari nelle elezioni per deputati o senatori al Congresso federale: lo fanno in misura simile anche quelle che rappresentano le aziende di criptovalute o dell’intelligenza artificiale, per esempio. L’attività della lobby pro-Israele è però molto più discussa e contrastata, proprio perché le azioni di Israele sono diventate polarizzanti.

Una protesta contro l’AIPAC e la guerra israeliana a Gaza a Washington, nel settembre del 2025 (REUTERS/Daniel Becerril)
La natura dell’AIPAC è molto cambiata nell’ultimo decennio: fu fondata nel 1954, sei anni dopo la nascita dello stato israeliano, con l’unica missione di proteggere e rafforzare i legami fra Stati Uniti e Israele. Nacque riflettendo l’impostazione politica dei primi anni di Israele, che aveva un approccio socialista e di sinistra, ma da subito si propose di coinvolgere politici di entrambi gli schieramenti statunitensi, Repubblicano e Democratico. Per decenni fu davvero bipartisan anche perché l’allineamento fra interessi statunitensi e israeliani era pressoché totale, soprattutto durante la Guerra Fredda, quando molti stati arabi della regione entrarono nell’orbita dell’Unione Sovietica.
L’AIPAC organizzava viaggi in Israele per membri del Congresso di entrambi i partiti, influenzava alcune scelte nel corpo diplomatico e soprattutto favoriva il flusso costante di aiuti militari dagli Stati Uniti a Israele. Ma non interveniva mai nelle elezioni statunitensi, se non incoraggiando i propri membri a fare donazioni personali verso candidati apprezzati (di entrambi i partiti), sempre limitate a poche migliaia di dollari.

La candidata Democratica alla presidenza Hillary Clinton al convegno dell’AIPAC nel 2016 a Washington. (AP Photo/Andrew Harnik)
Qualcosa iniziò a cambiare a partire dal 2015, con l’accordo sullo sviluppo del nucleare iraniano fatto dall’Iran con l’amministrazione del presidente Democratico Barack Obama (e altri cinque paesi). Quell’accordo fu apertamente criticato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – anche in un’udienza al Congresso promossa dall’opposizione Repubblicana – e l’AIPAC si trovò per la prima volta a dover gestire interessi divergenti fra i due governi, scegliendo la posizione di Netanyahu.
Nel 2018 l’elezione di candidati della sinistra più radicale come Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib e Ilhan Omar fu un altro punto di svolta, perché per la prima volta facevano parte del Congresso deputati e deputate che criticavano apertamente Israele e sostenevano la necessità di interrompere gli aiuti militari.
In vista delle elezioni di metà mandato del 2022 l’AIPAC decise quindi di creare un proprio “Super PAC”. Sono organizzazioni che possono raccogliere e spendere qualsiasi cifra per sostenere indirettamente le campagne elettorali dei candidati: non possono donare direttamente fondi ai comitati organizzatori, anche se a volte i confini sono labili. I Super PAC (PAC sta per Political Action Committee, Comitato per l’azione politica) perlopiù usano grandi quantità di denaro per realizzare e promuovere campagne di spot diffuse online e in tv.
Il principale Super PAC dell’AIPAC fu chiamato United Democracy Project, poi se ne affiancarono altri affiliati in modo indiretto. L’AIPAC spese in quelle prime elezioni del 2022 26 milioni di dollari per sostenere candidati filo-israeliani e per contrastare quelli più ostili della sinistra radicale. La spesa è salita a quasi 40 milioni del 2024 e nella campagna elettorale in corso ha già superato i 67 milioni, di cui 30 nelle sole primarie Democratiche per il Senato in Michigan, dove l’AIPAC sosteneva la moderata Haley Stevens contro il progressista Abdul El-Sayed, che ha vinto.
Dal 2022 l’AIPAC ha operato seguendo come unica linea guida le posizioni dei candidati su Israele, e in particolare sugli aiuti militari al paese: se li sostenevano in modo incondizionato, erano sostenuti dal Super PAC. Nel 2022 ha promosso spot per oltre 100 candidati Repubblicani che avevano avallato il tentativo di Donald Trump di sovvertire il risultato delle elezioni del 2020, vinte da Joe Biden. Da allora l’AIPAC ha cominciato a essere vista a sinistra come un attore politico molto polarizzato, incurante degli interessi e della salute della democrazia statunitense.
Le cose sono ulteriormente cambiate dopo la lunga guerra a Gaza condotta dall’esercito israeliano, che ha causato più di 70mila morti fra i palestinesi, perlopiù civili, e la distruzione di quasi tutti gli edifici. A partire dalla campagna per le elezioni presidenziali del 2024 sono diventate più popolari e diffuse le posizioni che mettevano in dubbio il sostegno militare statunitense a Israele, o vi ponevano condizioni. L’AIPAC ha di fatto aumentato i suoi investimenti economici contro i candidati più critici, ottenendo anche alcuni importanti successi, come le sconfitte dei candidati radicali alla Camera Cori Bush e Jamaal Bowman.

Un discorso di Benjamin Netanyahu al convegno dell’AIPAC del 2015 (AP Photo/Cliff Owen)
Nella gran parte degli spot finanziati dall’AIPAC non compare mai la parola “Israele” e i candidati vengono sostenuti o attaccati per le loro posizioni su altri temi, considerati più influenti per gli elettori e meno riconducibili a una questione divisiva come quella dei rapporti fra Stati Uniti e Israele. Nelle primarie Democratiche l’AIPAC ha fatto spot incentrati sulle posizioni dei candidati sull’aborto e sulle politiche riproduttive, sul caro-vita, sulla severità nella lotta al crimine. È una prassi comune per le lobby, che tendono a non pubblicizzare troppo i loro reali obiettivi, ed è diventata un’esigenza sempre più pressante per quella filo-israeliana.
Vari candidati della sinistra radicale hanno iniziato a criticare gli avversari – anche dello stesso partito nel caso delle primarie – che avevano ricevuto il sostegno dell’AIPAC, e quindi a proporsi proprio come candidati contro le ingerenze filo-israeliane nella politica statunitense. Ha funzionato per El-Sayed, ma non solo.
Le critiche ai moltissimi soldi spesi dall’AIPAC nelle elezioni sono state più forti e costanti rispetto a quelle riservate alle lobby delle criptovalute o dell’intelligenza artificiale, solo in parte perché queste ultime tengono un profilo più basso e meno pubblico. Alcune delle critiche alla lobby filo-israeliana ripropongono parte della classica retorica antisemita, e riguardano la disponibilità di denaro e il fatto che perseguirebbe obiettivi differenti dal bene degli Stati Uniti. Alle critiche da sinistra si sono aggiunte quelle crescenti dall’estrema destra, con argomenti in alcuni casi apertamente antisemiti.
Oltre a queste posizioni estreme, più in generale l’impopolarità dell’AIPAC è stata fortemente alimentata dal totale appiattimento delle posizioni della lobby su quelle dell’attuale governo israeliano di Netanyahu, il più a destra nella storia del paese.
Uno spot dell’AIPAC del 2024 che celebra i successi elettorali dei candidati che sosteneva
Nella campagna elettorale in corso gli sforzi economici del Super PAC, che erano stati quasi sempre decisivi in passato grazie a investimenti molto consistenti, sembrano esserlo un po’ meno e in più occasioni non hanno raggiunto gli esiti sperati. In molti casi la lobby ha inoltre contrastato non solo i candidati più radicali, ma anche quelli moderati che però non garantivano un sostegno incondizionato alla “causa israeliana”.
In Illinois il Democratico Daniel Biss, di famiglia ebraica ma moderatamente critico con l’attuale governo israeliano, ha sfruttato proprio l’impegno economico contro di lui dell’AIPAC e ha vinto le primarie Democratiche. In New Jersey gli spot contro il moderato Tom Malinowski hanno portato alla vittoria nelle primarie della più radicale Analilia Mejia (quindi a un esito ancora peggiore dal punto di vista dell’AIPAC). In California Aisha Wahab ha vinto un’elezione suppletiva per la Camera nonostante 5 milioni di investimenti dell’AIPAC in spot contro di lei.
Nei giorni scorsi prima il sito Axios e poi il New York Times hanno rivelato che il candidato Repubblicano al Senato in Michigan, Mike Rogers, avrebbe espresso dubbi sull’opportunità di ricevere sostegno dall’AIPAC, temendo che spot e investimenti della lobby possano trasformarsi in un’arma politica per il suo avversario El-Sayed.
Il Super PAC United Democracy Project ha al momento fondi per 59 milioni di dollari, che intende investire in questa campagna elettorale, nonostante le critiche e qualche insuccesso. Il portavoce del Super PAC Patrick Dorton ha detto alla rete radiofonica NPR: «In fin dei conti, vogliamo assicurarci che al Congresso ci sia la più ampia maggioranza bipartisan possibile a favore di Israele. È quello che facciamo ormai da tre elezioni, e continueremo a farlo in questa, in quella successiva e anche nelle prossime sei».