L’En e Xanax di Gatti e Kolo Muani, il paradosso Juve: la risposta arriva dalla parte sbagliata

Samuele Bersani, sempre sia lodato, nella sua En e Xanax cantava che “in due si può lottare come dei giganti”. Ma la faccenda in casa Juve, per il momento, funziona in maniera un po’ diversa. Gatti lotta, Kolo Muani aspetta e spera. Quando c’è da rimuovere una paura, quella di una rete che non arriva, ci pensa il difensore. È successo contro il Milan, quando ormai allo Stadium si cominciava a fare amicizia con l’idea della prima sconfitta. Spalletti ha guardato la panchina, ha scelto Gatti e gli ha indicato più o meno la strada: da quella parte, Federico. Dove normalmente dovrebbero stare gli altri, dove normalmente dovrebbe stare chi è stato pagato a suon di milioni. Anticipo, testata di carattere e tanti saluti a Maignan. Il mestiere sarebbe un altro, ma in certi momenti sono dettagli.

L'anomalia Gatti

Gatti? Prendere o lasciare, poco da fare. Certe volte lo vedi rincorrere l'uomo in ritardo, è irruento e ti fa pure venire il dubbio che certi livelli siano troppi per lui. Poi però la serata s'incarta e spunta dal niente. Pensare che ad agosto pareva con la valigia in mano: se fosse arrivata l'offerta giusta, salutava e tanti saluti, senza che nessuno si strappasse i capelli. È rimasto. E alla prima curva pericolosa dell'anno la castagna dal fuoco l’ha tolta proprio lui. C’è qualcosa di sbrigativo, quasi grezzo, nel suo modo di stare in campo. Incassa i colpi, fa a botte nei duelli e se dalla panchina gli dicono di buttarsi dentro l'area avversaria non perde tempo a filosofeggiare di tattica. Va e impatta. Punto. In uno sport dove parecchi - inspiegabilmente - si sentono in credito col mondo prima ancora di fare due scatti di fila, un piglio del genere sembra quasi un'anomalia.

Casper Muani

Su Kolo Muani stendiamo un velo pietoso: contro il Milan è stato un fantasma, in mezzo ai centrali non si è praticamente visto. Zero strappi, pochissimi palloni giocabili, mai una palla ripulita per far respirare e salire la squadra. I rifornimenti sono stati pochi? Nì. Ma da uno che muove certe cifre ti aspetti anche altro. Che ogni tanto quella mattonella se la vada a cercare da solo, soprattutto quando la partita si mette male. Non serve inventarsi la giocata della domenica. Basta dare al difensore la sensazione che, almeno per novanta minuti, avrà qualcosa di cui preoccuparsi. Poi, per carità, siamo a inizio settembre e partire con i processi dopo qualche partita sarebbe la solita esagerazione. Però una cosa si può dire. Se per evitare di perdere devi mandare il tuo stopper a fare il centravanti e alla fine la partita te la sistema lui, davanti qualcosa non ha funzionato. E neanche poco.

E Woltemade...

Woltemade, invece, meriterebbe almeno di essere guardato prima di essere giudicato. Che non sarebbe nemmeno una pretesa assurda. In certi studi televisivi avevano già deciso tutto: troppo alto, troppo lento, non adatto alla Serie A. Poi entra per un quarto d’ora e qualcosa cambia. Ha voglia. Si fa sentire col fisico, rincorre, protegge palloni sporchi, prova a tenere su la squadra. Non fa la comparsa, insomma. E soprattutto non dà mai l’impressione di essere capitato lì per caso. Magari tra due mesi scopriremo che tutti i dubbi erano giusti. Può essere. Ma almeno diamoglieli, questi due mesi. Prima di intonare l’ennesimo Giudizio Universale - Bersani perdonerà nuovamente la citazione d’ordinanza - forse conviene lasciare che sia il campo a parlare. Domenica, per quel poco che si è visto, Woltemade qualcosa ha detto. Alla fine, però, resta la fotografia più semplice di tutte. La Juve era sotto, gli attaccanti non riuscivano a cavare un ragno dal buco e la partita l’ha rimessa in piedi un uomo solo. Che di mestiere fa il difensore.