Pace in Karabakh, il merito è di tutte le due parti. Ma un premio in Assia “dimentica” l'Azerbaigian

Pace in Karabakh, il merito è entrambe le parti ma un premio in Assia “dimentica” l’Azerbaigian

Qualcuno vuole escludere l’Azerbaigian dall’equazione condivisa della pace nel conflitto sul Karabakh, riformulando un risultato politico bilaterale come un successo di una sola parte? La domanda è legittima se si osserva cosa è accaduto pochi giorni fa a Wiesbaden, in Germania, dove il primo ministro armeno Nikol Pashinyan è stato insignito del Premio per la pace dell’Assia “per i suoi sforzi per stabilire la pace nel Caucaso meridionale”.

Si tratta di un riconoscimento elargito al politico per il noto processo di pace tra Armenia e Azerbaigian, rimasto bloccati da anni a causa del conflitto sul Karabakh. Nel 2020, dopo la seconda guerra del Karabakh, Baku ha ripristinato il controllo su una parte del territorio azero riconosciuto a livello internazionale. Tre anni dopo ha ristabilito il controllo su tutto il Karabakh e, nell’estate del 2025, i leader di Azerbaigian e Armenia hanno posto le basi per una conclusione definitiva del confronto, vergando una dichiarazione congiunta mediata dal governo americano.

Dunque appare di tutta evidenza come la risoluzione delle contrapposizioni tra i due paesi sia figlia essenzialmente della volontà di Baku e Yerevan di giungere ad un saggio compromesso, al fine di dare stabilità ad un’area che è strategica anche per gli interessi europei. Mentre, leggendo le motivazioni del Premio per la pace dell’Assia, sembra quasi che il lavoro sia stato svolto da una sola parte, come se si volesse scompigliare il quadro di pace appena raggiunto e con moltissima fatica, anche personale, di entrambi i leader.

La mossa tedesca contrasta con altri riconoscimenti internazionali simili, in cui il tema della riconciliazione armeno-azerbaigiana è stata riconosciuta come un risultato comune ottenuto da Baku e Yerevan. E’ il caso del Premio Zayed per la Fratellanza, assegnato nel febbraio scorso ad Aliyev e Pashinyan da una giuria internazionale. In seguito nel mese di aprile altro gesto con il Premio Gernika per la Pace e la Riconciliazione. Ma gli organizzatori del Premio per la pace dell’Assia hanno deciso di mettere da parte l’elemento, positivissimo, della condivisione di impegno e hanno di fatto escluso l’Azerbaigian dall’equazione condivisa della pace, riformulando un risultato politico bilaterale come un successo personale di Pashinyan, dando invece molto fiato ad un altro aspetto controverso: quello delle stagione di riforme in corso in Armenia.

Lo hanno descritto come “un processo continuo di riforme democratiche”, denso di “sforzi continui” di Pashinyan per istituire istituzioni democratiche. Parole che contrastano con i fatti dell’ultimo periodo, dove le azioni penali contro l’opposizione in Armenia hanno raggiunto un picco, e gli osservatori europei hanno documentato una serie di gravi violazioni durante le elezioni del 7 giugno scorso. Secondo la Procura generale armena, fra il 7 febbraio e il 7 giugno sono stati aperti 210 fascicoli penali legati alle elezioni e sono stati avviati procedimenti penali contro 349 persone. Inoltre il Comitato anticorruzione ha osservato che 194 persone erano state fermate nelle ultime settimane della campagna elettorale, con 84 in carcere o agli arresti domiciliari con accuse di compravendita di voti, che l’opposizione respinge.

La parole di Farah Karimi, coordinatrice speciale e capo della missione di osservazione a breve termine dell’OSCE, vanno lette con attenzione: “La concentrazione di arresti e procedimenti penali contro figure dell’opposizione ha contribuito alla percezione di una giustizia selettiva”.

Va ricordato che il giorno prima delle elezioni parlamentari, le autorità armene hanno aperto simultaneamente procedimenti penali contro sei candidati del blocco Armenia Forte, il principale sfidante del partito di Pashinyan. Almeno quattro sono stati successivamente arrestati. Nonostante il fermo dei suoi candidati, il blocco si è classificato secondo alle elezioni, ottenendo il 23%. Un mese dopo è stato fermato un altro leader dell’opposizione, Gagik Tsarukyan, capo di Armenia Prospera e un tribunale ha disposto la sua custodia cautelare per due mesi con accuse di frode e riciclaggio.

Un mese fa l’episodio più grave: agenti della sicurezza armena hanno portato fuori dalla sua casa su una barella l’ex ministro delle Finanze Gagik Khachatryan, gravemente malato, e in quelle condizioni lo hanno condotto prima dagli inquirenti e poi in tribunale. I suoi legali lo hanno descritto come sofferente di una patologia spinale ma ciononostante il tribunale ha disposto la custodia cautelare per due mesi dell’ex ministro settantunenne.

Insomma, i risultati democratici dell’Armenia sono al momento messi in risalto da certi ambiti, come il premio in Assia, ma messi in dubbio da fatti accaduti nel paese su cui ciascuno si formerà una propria opinione. Quel che è certo è che la questione del conflitto sul Karabakh è figlia di un concerto di sforzi, che non vanno dilapidati per una postura ideologica anti azerbaigiana.