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Al via il gentlemen’s rally più famoso del mondo. Collezionisti di tutto il pianeta portano in Svizzera i capolavori del made in Italy
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Pubblicato il 26 Agosto 2026 ore 08:00
6 minuti
Domani, 27 agosto, a St. Moritz prende il via la quindicesima edizione di Passione Engadina. Quattro giorni di automobili italiane classiche, rally di regolarità, passi alpini, Ladies’ Cup, Next Gen e, sabato pomeriggio, una vetrina aperta a tutti al Grand Hotel Kempinski. Il tema è “The Italian Job”, detto anche “Little Italy”: Ferrari e Alfa ovvio, ma anche Maserati, Abarth, Cisitalia, Bizzarrini, Iso, O.S.C.A., Stanguellini, Zagato, Touring Superleggera e quella processione di nomi che suonano come una litania di santi minori del design. Marchi nati in un capannone, cresciuti in una officina, morti di bellezza o di banca.
La startegia
Ecco l’idea: portare le proprie reliquie lucidate in Svizzera per farle girare tra il Maloja, lo Spluga, l’Albula e il Bernina. Non basta il proprio paese, ci vuole lo sfondo. Le Dolomiti, si sa, sono troppo nostre; l’Engadina ha il pregio di essere pulita, cara, e sufficientemente straniera da far sembrare ogni scarico un atto di civiltà. L’italiano, quando è felice, ha bisogno di un testimone. Preferibilmente ricco e silenzioso.
L’evento
Passione Engadina non è un raduno qualsiasi. È un gentlemen’s rally, come si dice quando si vuole precisare che non si gareggia per vincere ma per non arrivare ultimi nello stile. Si parte dal ponte di Surlej con caffè e cornetti, si percorrono duecentotrenta chilometri di curve che le vetture d’epoca affrontano con quella dignità un po’ affannata delle persone che sanno di essere ancora belle. Poi si espone. Si premia. Si cena. Si ricorda. Il sabato il pubblico può avvicinarsi senza biglietto: un gesto democratico in un contesto che democratico non è, e per questo ancora più italiano. Noi amiamo l’eleganza, ma vogliamo che qualcuno la veda.
La dedica al film
“The Italian Job” evoca il film con le Mini Cooper che scappano per le scale di Torino. Qui le scale sono i passi, le Mini sono sostituite da oggetti che valgono un appartamento a Milano, e la fuga è verso l’alto. Ma il titolo è giusto. L’automobile italiana è sempre stata un colpo: di genio, di testa, di cassa. Pochi soldi, molte idee, una linea che sembra disegnata da qualcuno che aveva fretta di innamorarsi. Poi il fallimento, la vendita, l’oblio, il collezionista che la ripesca e la porta a duemila metri perché il paesaggio le dia ragione.
Guardare quelle macchine, anzi direi quelle “carrozzerie” — le curve di una Zagato, l’aria feroce di una Bizzarrini, la modestia aristocratica di una Autobianchi — è un esercizio di nostalgia senza lacrime. Non si piange l’Italia che fu. Si constata, con un sorriso, che siamo ancora capaci di produrre bellezza a condizione che sia già vecchia. Le auto nuove, quelle che oggi escono dalle fabbriche, hanno troppi computer e troppa virtù. Queste, invece, puzzano – pardon profumano – di benzina, di cuoio, di decisioni sbagliate prese in un pomeriggio del 1963. Sono umane. Per questo piacciono.
Per i giovani
C’è anche la Next Gen, riservata agli under 25, quest’anno con la Panda elettrica. Un segnale dei tempi, o una piccola resa. L’Italia che insegna ai figli il rumore del passato mentre li fa salire su un oggetto silenzioso e buono. Tipico: noi conserviamo il mito e deleghiamo il futuro. Le signore hanno la loro Cup. I signori hanno i loro cronometri. Gli organizzatori hanno la selezione rigorosa: non tutte le auto italiane sono ammesse, solo quelle di “inoppugnabile valore storico”. Anche la passione, da noi, ha bisogno di un comitato.
Si potrebbe sorridere di questo rito di uomini (e qualche donna) che spendono fortune per far rimbombare un motore in un paesaggio che farebbe bella figura anche senza. Si potrebbe dire che è lusso, che è gioco, che è un’Italia di cartolina per chi può permettersela. Tutto vero. E tuttavia, quando una Cisitalia o una Iso attraversa un tornante sopra Silvaplana, succede qualcosa che i comunicati non dicono: per un attimo l’automobile smette di essere un problema e torna a essere una forma. Una linea. Un suono.
Domani partono. Quindici anni di questo rito, e già si parla del 2027 con ottanta Ferrari per gli ottant’anni del Cavallino. Gli italiani, si sa, non sanno smettere. Anche se il papà di questa manifestazione – Paolo Spalluto – ha già annunciato che fra un po’ passerà il testimone a suo figlio. Bene. Finché ci sarà qualcuno disposto a portare una Bandini o una Ermini fino a St. Moritz, vorrà dire che il nostro vizio più nobile — confondere la bellezza con la salvezza — non è ancora spento.
Poi, domenica, ognuno tornerà a casa. L’auto nel garage, l’Engadina nel ricordo, l’Italia al suo posto: un po’ più in basso, un po’ più rumorosa, sempre in salita.