
Roma, 13 lug. (askanews) – Il leitmotiv, peraltro sin dagli albori della discussione sulla legge elettorale, è che la pratica è nelle mani del Parlamento. Ma se è vero che il governo formalmente ne è rimasto fuori, non c’è spettatore più interessato di Giorgia Meloni di ciò che accadrà da domani nell’aula della Camera. Non soltanto perché è stato su suo impulso che Fratelli d’Italia ha portato gli alleati ad abbracciare, non sempre con entusiasmo, un modello proporzionale con premio di maggioranza. Ma soprattutto perché è stata lei, dopo aver ottenuto il via libera sull’impianto complessivo, a non voler rinunciare alle preferenze. Una questione di coerenza rispetto a quanto sempre dichiarato, ovvero la contrarietà verso le liste bloccate, ma anche un modo per non prestare il fianco all’attacco ‘da destra’ di Roberto Vannacci. E tuttavia quello che all’inizio sembrava più un modo di piantare una bandierina, ovvero l’idea di presentarlo, pur sapendo che non sarebbe passato, per “non perdere la faccia”, a questo punto per la premier è diventato una questione dirimente.
Ed è quello che in più occasioni ha spiegato agli alleati di governo, sebbene ottenere conferme delle interlocuzioni tra i leader del centrodestra su questo tema specifico vada contro la narrazione che vuole la decisione esclusivamente affidata nelle mani del Parlamento. Tuttavia, ogni tentativo di presentare un testo condiviso è andato a vuoto e alla fine la proposta di modifica è stata avanzata soltanto da Fratelli d’Italia, Noi moderati e Udc. Lo schema prevede che domani, in contemporanea alle 12, si riuniscano i gruppi parlamentari della maggioranza per stabilire un orientamento di voto. E quello che i meloniani si aspettano è che l’esito degli incontri sia positivo. E’ il compromesso che è stato trovato per nascondere le divisioni. Ma non solo. I leader di Forza Italia e Lega, infatti, hanno messo in conto che sbilanciarsi a favore dell’emendamento, con una firma dei propri partiti in calce, avrebbe esposto oltremodo alle critiche la loro guida, specialmente in caso di showdown. Meloni però – viene spiegato – avrebbe chiaramente detto agli alleati di aspettarsi una prova di compattezza dalla maggioranza, a prescindere dal fatto che sull’emendamento ci si esprima con voto segreto oppure no. Non è forse un caso quindi che Matteo Salvini, dopo giorni passati a mostrare disinteresse per l’argomento legge elettorale, abbia deciso di mandare un messaggio. “Io – dice – sono sempre stato eletto sia in Europa sia nel Comune di Milano con le preferenze e quindi per quello che mi riguarda, non sarebbe un problema”.
Nelle varie riunioni avute a livello di sherpa, i meloniani hanno cercato peraltro di far passare il concetto che il sistema scelto – quello che prevede preferenze con capolista bloccato – difficilmente avrà un peso su Forza Italia e Lega che, per ragioni di percentuali di consenso, potrebbero sostanzialmente già stabilire a priori i nomi dei propri eletti.
Il voto sulla proposta, che potrebbe arrivare già domani in serata, resta tuttavia una roulette perché, la storia insegna, non c’è nessuna legge più di quella elettorale su cui la disciplina di partito fatica a fare presa. “Per la prima volta dall’inizio della legislatura l’esito del voto dell’aula non può essere scontato”, ammette un meloniano dell’inner circle. Il rischio che la maggioranza vada in frantumi, dunque, è reale. E certamente avrebbe sul prosieguo della legislatura un effetto devastante. E questo, assicura chi ci ha parlato, Giorgia Meloni lo avrebbe messo in chiaro con gli alleati.