Perchè i vaccini ci fanno paura? Tra scienza, pregiudizi e AI l’analisi di Telmo Pievani

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“C’è tantissimo da lavorare sull’esitazione, che non riguarda solo i vaccini”. Il filosofo della scienza e la trappola degli algoritmi

“In Italia coloro che rifiutano decisamente i vaccini, ovvero la militanza no-vax, sono una minoranza: stabili sotto il 10% della popolazione. Il problema è che tra loro e il 25% di persone che convitamente si fa vaccinare, c’è un’enorme zona grigia sulla quale bisogna lavorare. Non dobbiamo sperare che vengano da soli, ma fare una comunicazione più inclusiva e chiara. Non bastano cartelloni per la strada o spot in tv, ma occorre spiegare il metodo scientifico e chiarire perché queste forme di prevenzione sono una sicurezza per le persone, ma anche una forma di sostenibilità per il servizio pubblico”. Lo afferma a LaSalute di LaPresse Telmo Pievani, professore di Filosofia delle scienze biologiche del dipartimento di Scienze farmacologiche dell’università degli studi di Milano.

Pievani ha parlato di vaccini ed esitazione a Genova, nel corso di ‘Influenti’, evento organizzato da CSL Seqirus in occasione congresso nazionale SItI (Società Italiana di Igiene). “C’è tantissimo da lavorare. Gli ultimi dati – confida Pievani – mi hanno impressionato: l’esitazione poi non riguarda solo i vaccini, che in Italia hanno percentuali di adesione davvero troppo basse, ma anche gli screening offerti gratuitamente, come quello del colon-retto o del Papillomavirus. Questo mi fa pensare che ci sia un problema generale rispetto all’offerta di prevenzione”.

Vaccini e social, la trappola del pregiudizio

E i social? “Non ci aiutano. Anche perché funzionano per confermare i nostri pregiudizi. Gli algoritmi sono fatti in questo modo e, se io sono nella zona grigia che esita di fronte ai vaccini, condividere i miei dubbi nella bolla dei social non farà altro che confermarli“, aggiunge il filosofo della scienza.

“Un grosso problema, come ci ha mostrato un esperimento fatto con l’AI. Se si fa una domanda su vaccini o riscaldamento climatico che, nella forma, denota scetticismo, spesso la risposta lo confermerà fornendo informazioni fuorvianti”, avverte Pievani. Se invece il chatbot capisce che si è aperti alla vaccinazione, sorpresa: “Le informazioni saranno corrette”.

Le chiavi giuste per diffondere informazioni corrette

“L’algoritmo, in pratica, conferma i nostri pregiudizi. Ecco perché dobbiamo fare una comunicazione diversa, coninvolgente, interattiva e che smonti i pregiudizi. Ma, soprattutto, che arrivi davvero ai giovani, andando nelle scuole”.

In che modo parlare ai giovani di salute, vaccini e prevenzione, e soprattuto quando iniziare? “I dati che abbiamo ci dicono che quando i ragazzi sono ancora giovani, sono aperti al metodo scientifico. Poi, con la scoperta dei social, si irrigidiscono”. Quindi la finestra chiave è quella delle medie, “in cui ragazzi e ragazze hanno una maturazione molto veloce”.

Infine una curiosità: “Lei, professore, si vaccina contro l’influenza? Sì certo, ho appuntamento il 24 ottobre”, conclude Pievani con un sorriso.

Perchè i vaccini ci fanno paura? Tra scienza, pregiudizi e AI l’analisi di Telmo Pievani
Vaccinazione. Foto: Archivio LaPresse