Peste polmonare in Siberia, i dubbi del ricercatore: «Per la Russia probabilmente un'arma pandemica»

Un incidente in laboratorio, una giovane tecnica morta e una versione ufficiale che lascia perplessi alcuni esperti. Sul decesso della 28enne Darya Shipilova per sospetta peste polmonare in un istituto di ricerca siberiano c'è chi non esclude un'arma pandemica o «qualcosa di imbarazzante» da parte della Russia, mentre mercoledì 7 ottobre il Comitato per la sicurezza sanitaria dell'Ue si riunisce per fare il punto.

Cosa è successo

Un decesso, quasi duecento persone messe sotto osservazione medica e diversi gli ospedali della regione di Irkutsk chiusi in quarantena. Tutto è iniziato martedì 29 settembre, quando Darya Shipilova, 28 anni, tecnica di un centro di ricerca sulle malattie infettive, viene ricoverata con una grave polmonite e messa in ventilazione. Giovedì 1 ottobre muore. Venerdì 2 ottobre le autorità locali parlano di un sospetto caso di peste e di una provetta con batteri vivi che la donna avrebbe rotto mentre raccoglieva campioni per dei test.

Non tutti credono alla ricostruzione. L'epidemiologo russo Michael Favorov, che vive negli Stati Uniti, ha detto al New York Post che la spiegazione di Mosca «è ridicola. Chi lavora nell'istituto anti-peste di Irkutsk indossa una tuta protettiva. Se rompi una provetta, la probabilità di infezione è in realtà molto bassa».

Il patogeno che Mosca non nomina

I dubbi più strutturati arrivano dal biologo Kevin Esvelt, professore al Massachusetts Institute of Technology (Mit), che ha acceso il dibattito con due serie di messaggi su X.

La Russia ha comunicato all'Oms che non ci sono altri contagi, anche se secondo alcune fonti ci sarebbe una seconda vittima. Esvelt riprende la posizione ufficiale così come l'ha riportata Reuters: «Nessuna malattia infettiva è stata segnalata tra il personale dello stesso istituto di ricerca sulla peste di Irkutsk negli ultimi 10 giorni… Test estesi non hanno trovato nel corpo della donna deceduta microrganismi collegati al suo lavoro». E il commento è secco: «Notate la formulazione».

Il suo ragionamento parte da qui: «Se prendiamo le autorità russe in parola, non è peste. Ma il sequenziamento di livello scientifico, non mirato, individua in modo affidabile i patogeni, e raramente si muore di polmonite in assenza di patogeni, figuriamoci a 28 anni. Sarebbe sorprendente se non ne conoscessero la causa». Poi la stoccata: «Le autorità russe hanno sicuramente sequenziato il patogeno di Irkutsk, ma rifiutano di identificarlo».

Nel primo messaggio, Esvelt passa in rassegna la risposta di Mosca, in cui compare anche l'Fsb, il servizio di sicurezza russo: «La quarantena imposta in cinque ospedali, il coinvolgimento dell'Fsb e l'impiego, stando alle notizie, di personale con tute antirischio dopo la morte di una sola ricercatrice in un laboratorio di Irkutsk dal passato legato alle armi non sono compatibili con un'infezione di peste contratta in laboratorio, che sarebbe stata trattata con antibiotici profilattici».

E aggiunge: «L'isolamento fisico indica che non può essere tenuto sotto controllo con gli antibiotici profilattici: ciò implica una resistenza totale ai farmaci creata in laboratorio, oppure che non si tratti affatto di peste».

Poi l'analisi si fa più stringente. «Se la ricercatrice di Irkutsk è morta di peste, presumibilmente non era vaccinata e non ha ricevuto gli antibiotici previsti dal protocollo. In alternativa, il ceppo era in grado di eludere i vaccini e resistente agli antibiotici. È un caso raro in natura. La peste polmonare è solo moderatamente trasmissibile». Poi il ragionamento si sposta sulla logica delle misure adottate: «Il motivo evidente per isolare gli ospedali e mandare agenti dell'Fsb e personale con tute antirischio, cosa che la Russia avrebbe fatto stando alle notizie, è contenere un agente biologico potenzialmente trasmissibile prima che si diffonda. La domanda è perché non vogliano dire al mondo quale sia».

Un'arma pandemica? 

Poi arriva il passaggio più delicato. Esvelt premette: «Niente di tutto ciò significa che il patogeno di Irkutsk provocherà una pandemia». Ma, scrive, «la risposta messa in campo indica chiaramente che la Russia ritiene possibile un'epidemia e che l'agente responsabile sia con ogni probabilità un'arma pandemica o comunque qualcosa di imbarazzante per il governo».

None of this means the Irkutsk pathogen will cause a pandemic.

But the response clearly indicates that Russia believes an epidemic is possible – and that the responsible agent is likely a pandemic weapon or otherwise embarrassing for the government. 3/4 — Kevin Esvelt (@kesvelt) October 5, 2026

Il 6 ottobre ribadisce il concetto, quasi a mettere un argine alle letture più allarmate: «Ancora una volta: niente di tutto ciò significa che il patogeno di Irkutsk provocherà una pandemia. Le prove indicano una tragica esposizione a un patogeno letale e presumibilmente trasmissibile che la Russia sembra restia a identificare pubblicamente. La possibilità preoccupante resta soltanto una possibilità».

«I vaccini non servirebbero»

Il biologo guarda oltre il caso di Irkutsk: «I vaccini non servirebbero contro armi pandemiche progettate con competenza. La Russia forse non è ancora abbastanza esperta, ma in futuro l'intelligenza artificiale renderà questa competenza accessibile a tutti».

La sua proposta: «Dovremmo fare scorta di dispositivi di protezione a prova di pandemia e installare negli spazi pubblici sistemi germicidi a raggi UV lontani e nebulizzatori di glicole». Già il 16 settembre aveva scritto: «Alcuni scienziati sostengono che le armi biologiche capaci di minacciare la civiltà siano una fantasia. Vorrei che avessero ragione e che io avessi sprecato anni a costruire difese».

Di certo, per ora, c'è solo una vita spezzata e un nome, quello del patogeno, che nessuno ha ancora pronunciato.

Oms ed Ecdc

Il caso è ormai arrivato ai tavoli diplomatici. Al Comitato per la sicurezza sanitaria dell'Ue siedono i rappresentanti degli Stati membri, i tecnici del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

La portavoce della Commissione europea ha precisato, nella conferenza stampa quotidiana: «Per il momento non posso dire se consideriamo ulteriori misure oltre a quelle già richieste, affinché la Russia fornisca informazioni tempestive e trasparenti su questo incidente avvenuto in un laboratorio in Siberia, poiché riteniamo che sia necessario disporre di risultati epidemiologici e microbiologici affidabili». Bruxelles, ha aggiunto, è «in stretto contatto» con gli esperti dell'Ecdc e sta «seguendo la situazione molto da vicino».

Dall'altra parte dell'Atlantico, riporta Repubblica, Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti seguono la vicenda e hanno offerto aiuto. Il segretario di Stato Rubio ha chiesto trasparenza, perché non si ripeta quanto accaduto con il Covid in Cina.


Ultimo aggiornamento: mercoledì 7 ottobre 2026, 14:12

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