Il tasso di fecondità - il numero medio di figli per donna - è ormai ben al di sotto del livello di rimpiazzo generazionale in tutto il mondo sviluppato. Le teorie classiche sono diventate poco adatte a spiegare le dinamiche recenti del comportamento riproduttivo, tanto che diventa sempre più complesso identificare le cause di questo continuo declino. Sebbene le interpretazioni legate alle difficoltà economiche e alle disuguaglianze di genere abbiano a lungo dominato la ricerca sulla bassissima fecondità, oggi sono messe in crisi dal fatto che la fecondità è diminuita sensibilmente anche in quei Paesi che hanno sempre mostrato migliori condizioni economiche, politiche di sostegno generose e relazioni di genere più egualitarie.
Si è più volte ipotizzato che le emergenti incertezze globali - come il peggioramento del cambiamento climatico, l’acuirsi delle crisi democratiche ed economiche, l’inasprimento dei conflitti armati - potessero influenzare le decisioni in ambito riproduttivo e ciò ha trovato conferma in un lavoro appena pubblicato sulla prestigiosa rivista multidisciplinare statunitense PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences).
Lo studio comparativo internazionale Parenthood decisions in uncertain times: experimental evidence from four countries (“Decisioni sulla genitorialità in tempi di incertezza: evidenze sperimentali su quattro paesi”) è stato condotto da un team di ricercatori dell’Università Bocconi di Milano insieme alla prof.ssa Maria Letizia Tanturri del dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova. La ricerca ha preso in esame quattro Paesi: Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina, interessanti perché presentano differenti traiettorie di fecondità e, al tempo stesso, affrontano combinazioni peculiari di sfide socio-politiche e/o ambientali.
«L’indagine ad hoc, finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca (PRIN 2022), nell’ambito del progetto FER.MO (Italians' FERtility MOtivations in disorienting and uncertain time) ci ha permesso di condurre una sorta di esperimento su più di 8.000 individui tra i 20 e i 44 anni - sottolinea Maria Letizia Tanturri, professoressa associata di Demografia, co-autrice della pubblicazione -. Abbiamo presentato agli intervistati degli scenari ipotetici in cui una coppia avrebbe potuto trovarsi, con diverse combinazioni di circostanze familiari e di situazioni globali, più o meno favorevoli; gli intervistati dovevano confrontare due scenari alla volta e decidere in quale dei due la coppia avrebbe deciso di fare un figlio. In questo modo abbiamo potuto studiare come gli individui, nelle scelte riproduttive, soppesino le risorse familiari, la divisione dei compiti domestici secondo il genere, i servizi di child-care, nonché diverse tipologie di incertezze macro-sistemiche. In tutti e quattro i paesi, il reddito e la stabilità abitativa rimangono determinanti centrali delle intenzioni di fecondità, mentre la disponibilità di servizi per l'infanzia e la divisione dei compiti domestici, esercitano sì un effetto positivo, ma più contenuto. Parallelamente, la percezione della stabilità a livello macro - incluse le aspettative sulle condizioni climatiche, le prospettive economiche, il funzionamento democratico e l’assenza di conflitti internazionali - esercita un'influenza significativa e pressoché analoga sulle intenzioni di fecondità, seppure con alcune differenze tra Paesi. La stabilità macroeconomica e il cambiamento climatico, per esempio, rivestono un ruolo cruciale in Argentina, mentre negli Stati Uniti le intenzioni di fecondità risultano meno sensibili ai conflitti geopolitici; al contrario, in Germania sono condizionate maggiormente dalla paura della guerra e della crisi delle istituzioni democratiche, mentre in Italia, non c’è un motivo di preoccupazione che prevale fortemente sugli altri».
Per spiegare l'attuale calo della fecondità si deve quindi andare oltre le motivazioni centrate solo sulle caratteristiche del nucleo familiare e sulle politiche di assistenza all'infanzia (comunque rilevanti), riconoscendo che gli individui prendono decisioni familiari all'interno di un contesto più ampio, caratterizzato da determinati rischi sociali. I risultati raggiunti dimostrano che la decisione di avere figli non è ponderata dai giovani intervistati in base alle sole proprie circostanze immediate, ma anche in funzione delle aspettative riguardo al futuro della società nel suo complesso: individui preoccupati per le sorti del loro Paese potrebbero decidere di non fare figli, e questo pesa in una situazione globale caratterizzata da una pluralità di shock.
Ciò evidenzia, dunque, l'importanza di includere le condizioni di stabilità macro-sistemica (e le aspettative dei cittadini a riguardo) nei modelli esplicativi dell'attuale calo della fecondità. Analogamente, le misure di policy a sostegno della fecondità oltre a indirizzarsi alle politiche familiari dovrebbero tenere conto anche di quanto i cittadini siano esposti ai rischi globali, di come li percepiscano e di quanto possano essere influenzati da essi nelle scelte riproduttive.
Link alla ricerca: https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2601690123
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