Roma, 29 agosto 2026 – Professor Giovanni De Luna, storico, le polemiche sulle parole del presidente dem Stefano Bonaccini a proposito degli elettori che votano a destra ci riportano a un’antica questione: la sinistra ha perso il contatto con il popolo, deve tornare ad essere "più popolare"?
"Essere più popolare cosa vuol dire? Lo stesso Bonaccini aveva risolto il problema mettendo Schlein nella sua giunta, lui si occupava dei diritti sociali, Schlein dei diritti civili, ma non ha funzionato perché non è una questione di persone, ma di scelte, di strategie, di valori. Quindi sì, la sinistra ha perso molti dei suoi consensi popolari proprio perché si è rinchiusa nelle Ztl: sono colti, preparati, ma non riescono a dialogare, a intercettare gli umori profondi. Non è sempre stato così. Ricordo benissimo la lotta per l’abolizione delle gabbie salariali. Lì qual era il segreto? Che c’era un valore di fondo, l’egualitarismo, e non era un valore astratto, ma concretamente portato avanti attraverso le rivendicazioni salariali. Questa dimensione, su cui ha richiamato l’attenzione anche Luigi Manconi, è stata molto, molto trascurata dal Pd".
Quando è che si è interrotta la connessione tra la sinistra e il popolo?
"Ci sono fatti epocali che giustificano questo abbandono della sinistra da parte delle masse popolari. La data della svolta è comunque il referendum sul taglio della scala mobile voluto da Craxi: l’Italia votò e confermò la sua linea. In quell’anno, il 1985, sul palco di Sanremo sfilarono gli operai dell’Italsider con Pippo Baudo che paternalisticamente diceva “venite venite“: loro si prestarono, la classe operaia era già finita".

Lo storico Giovanni De Luna
Quindi non è iniziato tutto con Berlusconi?
"No, con Craxi, negli anni Ottanta, lui si rivolgeva a una ipotetica base popolare andando a cercare anche i voti dell’Msi. Da questo punto di vista Craxi è il Giovanni Battista di Berlusconi, senza Craxi Berlusconi non ci sarebbe stato. Dopo la sconfitta della scala mobile è come se la sinistra avesse perso la bussola: tutto diventa governabilità, tutto diventa l’urgenza di governare purché sia, ma così non si va da nessuna parte. Oggi nei grandi centri urbani vince la sinistra, in periferia vince la destra ma questo, guardi, non è scontato, si tratta dei valori messi in campo. La sinistra ha paura dei suoi valori. A Torino, dove vivo, gli operai gridavano “alla catena siamo tutti uguali“: era proprio così, perché alla catena di montaggio che tu venissi da Moncalieri o da Canicattì era la stessa cosa. Questo si è perso completamente".
Da dove può ripartire la sinistra?
"Di certo il dibattito sulle primarie lascia il tempo che trova e pure quello sulla cultura woke, bisogna ritornare a rimettere insieme i valori con gli interessi: dove ha vinto Berlusconi, dove ha vinto Craxi è stato nella separazione dei valori dagli interessi, gli interessi diventavano interessi da difendere a tutti i costi contro i meridionali, contro gli immigrati, e i valori venivano messi completamente da parte. Questa roba è stata il disastro per la sinistra".
Cosa deve succedere perché cambi il vento che, in Europa, sta soffiando ovunque a destra?
"La dura materialità di una guerra, è duro dirlo ma è proprio così. Perché finché si scambia la rappresentazione della realtà con la realtà e finché non si tocca con mano la durezza della realtà… Pensi che noi in Italia ci siamo giovani proprio di una guerra, perché dopo la guerra c’è stata una ventata di libertà, di gioia di vivere, di attivismo non solo politico ma anche industriale, si ricostruiva l’Italia. Ecco quella ventata tornerà solo dopo una grande catastrofe".