Punto nascite di Adria, la battaglia delle mamme: «La chiusura non è irreversibile»

ADRIA (ROVIGO) - La strada è in salita e il tempo stringe, ma la mobilitazione per salvare il punto nascite dell’ospedale di Adria non si ferma. La chiusura, fissata dalla Regione Veneto per il 31 ottobre, è ormai un rischio concreto, ma le promotrici dell’iniziativa "Voglio nascere ad Adria" Giulia Azzano-Cantarutti, Martina Cassari e Nicole Pilotto, non intendono arrendersi. Il messaggio è stato ribadito ieri al teatro Ferrini, durante un incontro con la stampa dedicato alle prossime iniziative, tra azione legale e coinvolgimento dei cittadini. Il primo fronte è quello giudiziario. Il 1 ottobre tredici persone, 12 mamme e un futuro papà, hanno presentato ricorso al presidente del Consiglio di Stato per chiedere l’annullamento della delibera regionale e la sospensione degli atti conseguenti. Nel pomeriggio all’incontro pubblico hanno partecipato 100 persone, presente anche il sindaco con la moglie. 

LE PROTAGONISTE

L’iniziativa è stata promossa con il patrocinio dell’avvocato Laura Venittelli e la collaborazione la collega Giulia Azzano-Cantarutti. Ora si attende la decisione sull’istanza cautelare. «Il dato oggi è che il 31 ottobre il punto nascite chiuderà, ma non dobbiamo scambiare questo dato con una decisione irreversibile, perché non lo è» ha spiegato Azzano-Cantarutti. Il successivo provvedimento regionale che stabilisce la chiusura rende ancora più urgente la richiesta di sospensione. Le promotrici intendono depositare anche il nuovo atto e sollecitare una risposta tempestiva, facendo leva sul rischio di un danno grave e irreparabile. Accanto al ricorso si sviluppa la mobilitazione civica. «La mia veste principale in questa iniziativa è quella di cittadina, di donna e di madre. Solo dopo viene il mio ruolo di avvocato», ha sottolineato Azzano-Cantarutti, rivendicando il carattere trasversale e apartitico della campagna. Il movimento punta a coinvolgere l’intera comunità. La risposta del territorio è già significativa. 

«Il profilo Instagram dedicato all’iniziativa - ha puntualizzato Cassari - ha raggiunto migliaia di visualizzazioni in due giorni, mentre numerose donne e famiglie ci hanno contattato. L’obiettivo è trasformare l’attenzione sui social in partecipazione concreta e aprire un confronto con le istituzioni». 
Al centro della protesta un servizio considerato essenziale per il territorio. Il punto nascite registra circa 227-250 parti all’anno, al di sotto della soglia nazionale dei 500. Per le promotrici, tuttavia, i numeri non possono essere l’unico parametro di valutazione: occorre considerare anche le distanze dagli altri ospedali, la viabilità e le caratteristiche geografiche del Delta. 

LA CONTESTAZIONE

«La contestazione - hanno chiarito le promotrici che chiedono alla Regione, all'Ulss 5 e alle amministrazioni locali di riaprire il confronto, verificare i dati sulla mobilità delle partorienti e valutare ogni strumento disponibile - riguarda anche le che la chiusura del Punto Nascite potrebbe avere sulle famiglie e sull’assistenza durante la gravidanza. La riduzione dei servizi rischia inoltre di innescare un circolo vizioso, indebolendo progressivamente il presidio sanitario». Una stoccata poi alla politica locale: «Se noi cittadini siamo riusciti in così poco tempo a raccogliere tanto sostegno, perché le istituzioni non si sono mosse prima?» la domanda che accompagna la mobilitazione. L’obiettivo resta fermo: «Non chiudere, ma rilanciare. Da soli non si può scalare. In tanti, invece, lo si può fare», ha concluso Azzano-Cantarutti, chiedendo che si faccia molto di più per difendere un servizio fondamentale per il territorio e per le famiglie che vogliono poter nascere e crescere vicino a casa.