ROMA – Quattro a Bologna, dodici a Torino, trenta a Milano. I numeri chiaramente sono provvisori, è un primo bilancio ancora in costante aggiornamento, destinato a definire i contorni nelle prossime ore di quanti sono i minorenni fermati e condotti negli uffici di polizia al termine delle violente manifestazioni di oggi. Spetterà poi alla magistratura accertare le singole responsabilità, ma i dati confermano già un dato strutturale: una presenza massiccia e inedita di giovanissimi scesi in strada e mobilitati dall’onda digitale del movimento nato sui social con l’hashtag #ItaliaInPiazza.
Il canale di reclutamento e di orientamento della protesta è stato individuato nella piattaforma TikTok, dove l’hashtag della manifestazione ha generato nelle ultime ore flussi massicci di condivisioni e video virali. Un modello di diffusione algoritmica che, diversamente dalla versione didattica attiva in Cina, in Occidente favorisce la circolazione rapida di contenuti ad alto impatto emotivo e di cronaca d’urto, trasformandosi in una cassa di risonanza per l’azione diretta.
L’escalation più grave si è consumata a Milano, dove la sigla – reduce da iniziative con scarsissima affluenza in diversi centri minori della provincia lombarda – ha catalizzato in centro diverse centinaia di ragazzi. Molti di loro sono arrivati nel capoluogo dall’hinterland e dal Varesotto, unendosi a gruppi che abitualmente frequentano l’area urbana nel fine settimana. I disordini, esplosi tra Piazza Duomo e la Galleria Vittorio Emanuele, si sono caratterizzati per l’assenza di portavoce e una tattica di scontro priva di interlocuzione: arredi urbani devastati, transenne usate contro i cordoni di sicurezza, fitto lancio di sanpietrini e bombe carta, con la costante ripresa video delle violenze per il rilancio istantaneo sui social.
Situazione analoga a Torino, dove il tentativo di sfondamento verso lo scalo ferroviario di Porta Nuova e la successiva contesa in Piazza Castello hanno portato al sequestro di bottiglie molotov artigianali e martelletti frangivetro in mano a giovanissimi. In tutte le città coinvolte si è registrata la netta presa di distanza dei collettivi studenteschi e universitari, che si sono formalmente sfilati dai cortei all’inizio delle violenze, rigettando la trasformazione delle rivendicazioni socioeconomiche in guerriglia urbana fine a se stessa.