Roma, 3 set. (askanews) – Per affrontare la sfida cinese l’Europa dovrà probabilmente mettere in discussione alcuni dei principi sui quali ha costruito il proprio modello economico: il libero commercio, la politica della concorrenza, i confini dell’intervento pubblico e, di conseguenza, anche i limiti entro i quali i governi possono sostenere le proprie industrie. E’ la conclusione di ‘Europe in the Era of Geoeconomics: Rebalancing Trade, Boosting Innovation’, rapporto del Netherlands Scientific Council for Government Policy (WRR), organismo indipendente consultivo di governo e Parlamento olandesi sulle grandi questioni strategiche.
Il documento parte da una constatazione: il mondo nel quale l’Europa ha prosperato, fondato sull’idea che l’interdipendenza economica fosse soprattutto una fonte di benessere e stabilità, non esiste più. Le relazioni economiche sono diventate strumenti di potere geopolitico: Stati uniti e Cina utilizzano sempre più tecnologia, commercio, materie prime, investimenti e dipendenze industriali come leve strategiche, mentre l’Unione europea si trova in una posizione particolarmente vulnerabile. E’ infatti dipendente dalle due maggiori economie mondiali in numerosi settori essenziali, mentre il contrario non accade. Questa dipendenza, lungi dall’attenuarsi, continua a crescere.
Al centro dell’analisi ci sono due fenomeni strettamente collegati: il primo è la corsa globale all’innovazione, nella quale non competono soltanto le imprese ma interi sistemi nazionali; il secondo è il crescente squilibrio del commercio internazionale. Concentrarsi soltanto sul primo, avverte il rapporto, rischia di condurre l’Europa verso una politica industriale particolarmente onerosa, che potrebbe non risolvere affatto il problema della dipendenza. Per il WRR non basta finanziare campioni europei, fabbriche di semiconduttori, batterie, tecnologie verdi o infrastrutture digitali: se non vengono affrontate anche le condizioni strutturali che favoriscono la penetrazione delle produzioni cinesi, il denaro pubblico europeo rischia semplicemente di inseguire un divario destinato ad allargarsi.
La Cina occupa la posizione centrale in questa diagnosi. Pechino, sostiene il Consiglio, ha costruito uno dei sistemi di innovazione più potenti del mondo, riuscendo in diversi campi a raggiungere o superare gli Stati uniti. Il modello cinese combina indirizzo pubblico, competizione tra imprese, attenzione all’intera catena del valore e una strategia che comprende non soltanto la tecnologia finale, ma anche materie prime, energia, infrastrutture, fornitori e mercati di sbocco. La Cina ha una capacità di coordinamento che l’Europa, frammentata tra politiche nazionali e competenze comunitarie incomplete, non è in grado di replicare.
Oer il WRR la forza industriale cinese non deriva soltanto dalla capacità di innovare. Il gigantesco surplus commerciale della Cina è considerato il risultato di una strategia economica fondata sulle esportazioni e sostenuta da almeno tre fattori: debolezza relativa della domanda interna, sussidi pubblici molto elevati e un tasso di cambio favorevole alle esportazioni. Richiamando l’analisi dell’Ocse, il rapporto sostiene che le imprese cinesi ricevano mediamente sussidi industriali da tre a otto volte superiori a quelli delle imprese dei paesi Ocse. Lo yuan, inoltre, sarebbe sottovalutato in misura compresa tra il 12 e oltre il 30 per cento.
Tutto ciò ha conseguenze dirette sull’Europa. Secondo gli studi citati nel documento, le aziende cinesi sono in grado in diversi settori di offrire prodotti a prezzi inferiori di oltre il 30 per cento rispetto ai concorrenti europei. Una differenza che, avverte il WRR, rende estremamente difficile competere e rischia di trasformare il vantaggio commerciale cinese in una dipendenza europea sempre maggiore. È qui che il rapporto rompe più nettamente con la tradizionale risposta europea, fondata sulla convinzione che apertura dei mercati, concorrenza e rispetto delle regole multilaterali finiscano nel lungo periodo per correggere le distorsioni.
La tradizionale risposta europea è di tipo liberale, basata sulla convinzione che l’apertura dei mercati connessa alle regole multilaterali e al salvifico potere della concorrenza finiscano nel lungo periodo per correggere le distorsioni. Ma – per recuperare la frase attribuita a John Maynard Keynes – nel lungo periodo saremo tutti morti. Le regole di mercato, in realtà sono state pensate per un sistema nel quale gli attori accettavano sostanzialmente lo stesso quadro. Oggi non è più così. ‘Il mondo come lo conoscevamo non esiste più’, sintetizza il rapporto, invitando l’Europa a ripensare prospettive consolidate in materia di politica commerciale, politica industriale, intervento dello Stato e concorrenza. Il sistema multilaterale del dopoguerra, dal quale l’Europa ha tratto enormi benefici, sta perdendo efficacia e continuare ad agire come se nulla fosse cambiato potrebbe lasciare l’Ue disarmata di fronte a economie che utilizzano esplicitamente la potenza industriale come strumento geopolitico.
Una delle indicazioni politicamente più delicate che il rapporto indica è che non tutte le misure necessarie saranno gratuite. Una risposta più robusta agli squilibri commerciali può comportare maggiori sovvenzioni pubbliche, ritorsioni da parte dei partner e prezzi più elevati per consumatori e imprese europee. Questi costi, riconosce il WRR, hanno finora frenato l’Unione europea e gli Stati membri, ma anche non intervenire ha un prezzo, sotto forma di perdita di capacità industriale, occupazione, vulnerabilità agli shock commerciali e maggiore esposizione alla coercizione economica. ‘Tutte le opzioni’ devono quindi essere prese seriamente in considerazione, comprese quelle più dolorose.
Serve, quindi, una svolta protezionistica? Non solo, secondo il WRR, per il quale una politica di difesa commerciale senza una parallela strategia per l’innovazione sarebbe insufficiente. Il vero obiettivo è costruire un sistema europeo capace di trasformare più rapidamente ricerca e innovazione in produzione, aziende e quote di mercato. L’Europa, osserva il rapporto, continua a soffrire soprattutto nel passaggio dall’invenzione alla scala industriale: produce conoscenza, ma fatica a trasformarla in imprese abbastanza grandi da competere con quelle americane e cinesi.
Uno dei principali ostacoli è la struttura stessa dell’Unione europea: i singoli Stati membri non dispongono sempre della dimensione, delle risorse finanziarie e della capacità di condizionare gli investimenti necessarie per una politica industriale su scala globale, mentre Bruxelles, d’altra parte, dispone di un bilancio e di poteri limitati. L’Ue s’incaglia in una sorta di paradosso: troppo frammentata a livello nazionale per competere con Cina e Stati uniti, ma anche troppo debole a livello comunitario per mettere in campo una vera politica industriale europea. Per il WRR questo ‘blocco reciproco’ deve essere spezzato.
La risposta alla Cina è pertanto incastrata nel dibattito e nelle scelte necessarie per garantire un futuro al modello europeo. L’Ue deve decidere fino a che punto sia disposta a difendere un sistema costruito intorno al mercato aperto e alla concorrenza quando i suoi principali concorrenti utilizzano invece sovvenzioni, politica industriale, controllo delle filiere e accesso al mercato come strumenti di potenza. E lo deve fare – salvo rinunciare alla sua stessa anima – senza sacrificare, nella corsa alla competitività, gli standard europei su privacy, condizioni di lavoro e clima, che il WRR considera parte integrante del problema e non ostacoli da eliminare.
L’errore che le élite europee potrebbero commettere, quindi, è quello di imitare la Cina. E, sul lato opposto, l’altra scelta fatale rischia di essere quella di continuare a utilizzare strumenti e approcci che appartengono a un’epoca economica diversa. La ricetta proposta dal WRR poggia su due gambe: correggere gli squilibri commerciali, anche accettando costi e conflitti che in passato Bruxelles avrebbe cercato di evitare, e costruire parallelamente un sistema europeo dell’innovazione abbastanza forte e coordinato da ridurre le dipendenze strategiche. Limitarsi a seguire solo una di queste due strade, ammonisce il rapporto, significherebbe spendere tanto e non concludere niente.