Rubati smartphone di Napolitano store: erano finiti all’asta

Strano furto, quello messo a segno la notte scorsa a Giugliano. Chi è entrato in azione conosceva tutto della refurtiva e dell’ambiente in cui si stava muovendo: conosceva il valore della merce, ma sapeva anche che quel materiale era sotto sequestro, destinato a una asta giudiziaria. Ed è così che è entrato in azione, beffando un po’ tutti: a partire dai custodi a cui erano stati affidati i pezzi più pregiati di una sorta di tesoretto. Retroscena tutto da mettere a fuoco, quello legato al furto di smartphone della Apple all’interno di un locale di custodia di beni di competenza del Tribunale. Blitz notturno, all’interno di un capannone della zona Asi di Giugliano. Via i pezzi migliori. Si tratta di decine di cellulari di ultima generazione, una sorta di patrimonio prossimo all’incanto. Più nello specifico, quei cellulari erano stati sequestrati lo scorso gennaio nel corso di una indagine per reati tributari.

Il retroscena

Sotto inchiesta era finito (e lo è tuttora) Angelo Napolitano, patron di Napolitano Store: si tratta di un imprenditore noto soprattutto per le sue performance social, attraverso cui vendeva fino a qualche mese fa cellulari di ultima generazione. Vendite finite nel mirino della Guardia di Finanza, per una strategia di prezzi al ribasso che ha alimentato l’ipotesi di evasione fiscale. Un retroscena che resta sullo sfondo di quanto accaduto la scorsa notte a Gigliano. Indagine dei carabinieri, sotto il coordinamento della Procura di Napoli nord, ipotesi furto. Un episodio misterioso, alla luce della precisione con cui sono intervenuti i malviventi. Conoscevano il locale, ma anche l’entità della refurtiva. Un possibile furto commissionato da qualcuno che ora resta sullo sfondo. È la prima volta che i malviventi si spingono a violare un capannone adibito a custodia giudiziaria. Chi c’è dietro? Al vaglio le immagini delle telecamere, si punta a verificare eventuali passi falsi da parte dei malviventi. Nessuna accusa e nessuna ipotesi investigativa nei confronti di Angelo Napolitano, bene chiarirlo.

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Gli asset

Stando alle tracce lasciate sui social, negli ultimi tempi Napolitano è spesso in Egitto. Ha scelto come meta Sharm El Sheik, meta del turismo internazionale battuta tutto l’anno, nella quale si sarebbe dato alla ricezione turistica. Sboccato e provocatorio al tempo stesso, Napolitano ha sempre provato a difendere la propria dimensione imprenditoriale. Verifiche in corso, su un doppio asse: tocca alla Guardia di Finanza portare a termine le verifiche per reati tributari, mentre spetta ai carabinieri chiarire cosa sia realmente accaduto la notte scorsa all’interno degli stabilimenti dell’area industriale di Giugliano. Un caso per volta, proviamo a fare ordine.

MAXISEQUESTRO

Lo scorso mese di gennaio la Guardia di Finanza di Napoli sequestrò l’intero compendio aziendale di una società di Casalnuovo che commerciava in elettrodomestici e telefoni cellulari già destinataria lo scorso 17 settembre di un maxi sequestro da 5,7 milioni di euro confermato dal Tribunale del Riesame. In esecuzione di un decreto emesso dal gip, su richiesta procura di Nola, finanzieri del nucleo di polizia economico finanziaria di Napoli misero i sigilli ai negozi Napolitano Store. Dagli accertamenti eseguiti all’epoca emerse che, con le false fatture e l’evasione dell’Iva, la società sarebbe riuscita a vendere «in nero» telefonini di ultima generazione a prezzi molto più bassi di quelli di mercato che però il cliente doveva assolutamente pagare in contanti. Ma in cosa consisteva il modus operandi finito al vaglio degli inquirenti? La società pubblicizzava quotidianamente la propria attività sui social, ha conosciuto negli ultimi anni un’esponenziale e anomala crescita del fatturato (da 2,2 milioni di euro nel 2017 a 20,8 milioni di euro nel 2023). In che modo? Se andiamo ad ascoltare la voce del patron dello store finito sotto sequestro si comprende una precisa strategia che va al di là del marketing: «Portate le “papaccelle” dice rivolgendosi ai follower», mostrando il segno delle dita che sembrano sfregare banconote. Un modo per dire che per ritirare i soldi bisogna pagare in contanti, soldi cash che da queste parti si chiamano «papaccelle». Difeso dal penalista napoletano Rocco Maria Spina, il tiktoker si dice pronto a dimostrare la correttezza del suo operato e magari recuperare i beni sequestrati: parte dei quali sono finiti al centro di un furto tutto da approfondire.