Russia, la benzina vola a oltre 5 euro al litro: lo scontrino choc in Crimea, ecco l'effetto degli attacchi con i droni di Kiev

La guerra in Medio Oriente e lo stallo su Hormuz hanno fatto alzare il prezzo del petrolio in tutta Europa. Ma chi sta veramente soffrendo un'impennata di prezzi dovuta alla crisi dei carburanti è la Russia. E non per i continui attacchi di Stati Uniti e Iran, ma per l'impatto dell'offensiva ucraina con i droni contro le raffinerie di Putin. 

Vola il prezzo della benzina in Russia

«La crisi dei carburanti in Russia ha fatto sentire gli effetti della guerra in prima persona a un numero di persone mai visto prima. La carenza di carburante colpisce direttamente circa 50 milioni di russi, ovvero il 35% della popolazione». Questa è l'analisi del Financial Times basata sul numero di automobilisti in ciascuna regione colpite dai droni ucraini nelle ultime settimane. «Diversi governi regionali hanno introdotto misure di razionamento, assegnando giorni di rifornimento diversi alle auto con targhe pari e dispari», sottolinea il Ft, ricordando che la pressione è iniziata a maggio, quando l'Ucraina ha intensificato in modo significativo la sua campagna con i droni contro le infrastrutture petrolifere russe. Ma qual è l'impatto sulla vita dei reale dei cittadini? Un esempio arriva da Yalta, in Crimea, dove un cittadino ha mostrato la foto dello scontrino (rilanciata su un canale Telegram) dopo aver fatto benzina a un distributore Ai-100. Il prezzo è arrivato a 450 rubli al litro, equivalente a 5,14 euro al litro o 22,6 dollari al gallone.

Una cifra folle, quasi tripla rispetto a quanto viene pagata in Italia.

Gli attacchi di Kiev alle raffinerie

La campagna di attacchi con i droni condotta dall'Ucraina contro le infrastrutture energetiche russe è diventata uno degli strumenti più efficaci della strategia di Kiev per indebolire la capacità economica e logistica di Mosca. Negli ultimi mesi le forze ucraine hanno preso di mira decine di raffinerie, depositi di carburante e impianti petroliferi situati anche a centinaia di chilometri dal fronte, dimostrando di poter colpire il cuore dell'industria energetica russa.

L'obiettivo non è soltanto ridurre le entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio, ma anche creare difficoltà nella distribuzione interna dei carburanti, indispensabili sia per l'economia civile sia per il rifornimento delle forze armate. Ogni impianto costretto a interrompere o ridurre la produzione comporta infatti un aumento della pressione sull'intero sistema di raffinazione.

Le conseguenze sono diventate visibili anche per la popolazione russa. In diverse regioni si sono registrati rincari di benzina e diesel, mentre in alcuni casi si sono formate lunghe code ai distributori a causa della temporanea scarsità di carburante o delle difficoltà nella logistica. Le autorità hanno cercato di contenere gli effetti ricorrendo alle scorte strategiche, limitando le esportazioni e intervenendo sulla distribuzione, ma gli attacchi ripetuti hanno reso sempre più complessa la gestione della rete energetica.

Per Kiev si tratta di una strategia di logoramento che punta ad aumentare il costo della guerra per il Cremlino, costringendo Mosca a investire risorse nella difesa del proprio territorio e nella riparazione delle infrastrutture danneggiate. «Ora su un singolo obiettivo ci sono semplicemente molti più droni rispetto a prima, che sfondano fisicamente le difese, come una cuneo di cavalleria medievale», ha affermato un alto dirigente del settore energetico russo, aggiungendo «Le difese che prima funzionavano non riescono a reggere una tale pressione. Questa è la nuova normalità». La Russia ha smesso di pubblicare gran parte dei dati rilevanti, ma la maggior parte degli analisti, basandosi su dati secondari e resoconti dei media, stima che tra il 20 e il 40 per cento della capacità di raffinazione sia stata messa fuori uso. «A giugno, la Russia ha raffinato in media 4,1 milioni di barili al giorno, il 28 per cento in meno rispetto al volume medio degli ultimi cinque anni e il 35 per cento in meno rispetto alla sua capacità nominale», ha affermato Borys Dodonov, responsabile degli studi sull'energia e sul clima presso la Kyiv School of Economics.

Le importazioni dalla Bielorussia

Per far fronte a questa crisi Mosca ha aumentato di venti volte le importazioni di benzina dalla Bielorussia nei primi sei mesi dell'anno rispetto allo stesso periodo del 2025. La Bielorussia, con le sue due raffinerie, con una capacità di produzione annuale di 24 milioni di tonnellate, è fonte di rifornimento di carburanti per la Russia, insieme al Kazakistan, pur disponibile a vendere alla Russia solo 50mila tonnellate di benzina fra luglio e agosto nel timore di incappare in sanzioni secondarie, e India - che per la prima volta ha venduto e non ancora spedito benzina, 60mila tonnellate, al Paese da cui acquista petrolio - in seguito alla diminuzione della produzione dovuta ai raid dei droni ucraini contro le raffinerie del Paese. Nel mese di giugno, hanno passato il confine 181mila tonnellate di benzina prodotta dalle raffinerie bielorusse, tre volte quanto esportato in Russia il mese precedente. Da gennaio a fine giugno, la quantità di benzina bielorussa acquistata da Mosca è stata di 453mila tonnellate. Nello stesso periodo, sono aumentate, di cinque volte, anche le importazioni di diesel dalla Bielorussia, a 256mila tonnellate. Nel solo mese di giugno, la Russia ha acquistato dalla Bielorussia 16mila tonnellate di combustibile per aerei, tre volte tanto la quantità acquistata a maggio. L'India si presenta come un fornitore affidabile: la raffineria di Nayara è di Rosneft al 49 per cento. Ma le quantità prodotte sono limitate. Anche la Bielorussia è disponibile ma a caro prezzo: il costo della benzina venduta da Aleksandr Lukashenko all«amico' Vladimir Putin è del 60 per cento superiore al prezzo all'ingrosso a cui è trattato alla Borsa di San Pietroburgo.

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