Salvatore Ficarra in “Non ti pago“ “Il mio Ferdinando, tenero e solo”

L’attore nei panni del protagonista fino al 18 ottobre al Piccolo , nella storica regia di Luca De Filippo. “Ho accettato di fare il servo muto di Zorro per la serie tv francese, ma amo il teatro. È dove sono nato...”

Carolina Rosi e Salvo Ficarra (foto di Salvatore Pastore) durante una scena dello spettacolo al Piccolo Teatro

Carolina Rosi e Salvo Ficarra (foto di Salvatore Pastore) durante una scena dello spettacolo al Piccolo Teatro

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Milano, 7 ottobre 2026 –  Papà è comparso in sogno. E ha dato i numeri vincenti del lotto. Finalmente! Peccato che nella furia onirica abbia sbagliato indirizzo. Niente milioni (di lire) per il povero Ferdinando Quagliuolo, figliolo ludopatico. A festeggiare é stato invece il suo futuro genero, Mario Bertolini. Il resto é storia eduardiana. Nell’ormai classico “Non ti pago”, fino al 18 ottobre al Piccolo Teatro Strehler nella storica regia di Luca De Filippo, ripresa oggi da Carolina Rosi. Con Salvo Ficarra nel ruolo del protagonista.

Salvo, tremano un po’ le gambe?

“Be’ insomma, al Piccolo con una locandina del genere. Purtroppo ci sono anch’io… Ma sono contentissimo. Saremmo dovuti già essere in stagione tempo fa con “Le Rane” di Giorgio Barberio Corsetti ma poi non se ne fece nulla. Mi spiace solo che non ci sia anche Valentino (Picone ndr) con me”.

Chi è Quagliuolo?

“Eduardo sottolineava come fosse un personaggio che gli rimaneva dentro anche dopo lo spettacolo. E io non posso che dargli ragione. È un uomo con mille sfaccettature, profondamente tenero nonostante emergano rabbia e cocciutaggine. Se ne respira la solitudine, oggi sarebbe definito un ludopatico”.

È lui a gestire il Banco del Lotto.

“Sì, dove gioca tantissimi soldi perdendo via via il rapporto con la moglie e con la figlia, che iniziano a fare comunella con Bertolini. Un’insoddisfazione che esplode con la vincita del ragazzo. Quagliuolo mette ogni cosa a ferro e fuoco ma c’è da dire che tiene il punto e alla fine ne esce pure con un certo stile”. La maledizione che lancia è meravigliosa.

““Devi passare quattro milioni di guai!”. Fu aggiunta per la versione cinematografica. Ma in tutto il testo respiri la complessità di Eduardo, quella sua ampiezza nello spirito popolare”. Che rapporto ha con il teatro? “Lo amo. È dove sono nato e dove mi piace essere. Ripeto spesso una frase di Pino Caruso, anche per tenerne viva la memoria: il teatro è l’unica opera in presenza. A me emoziona il pensiero di una comunità che si muove per passare la serata con me. Qui dove tutto è finto ma niente è falso, come diceva invece Gigi Proietti”.

Sul palco le pesa di più il giudizio?

“L’ultima parola è del pubblico e non tutti i progetti possono piacere. Ma io e Valentino siamo convinti che le etichette vadano sui pacchi, non sulle persone. Quindi approfondiamo linguaggi diversi in momenti diversi, sempre con impegno e una certa onestà intellettuale. Spero che si noti. Ed è anche in nome di questa curiosità che mi sono lanciato a fare il servo muto di Zorro nella serie tv francese. Tu immagina, a fianco di Jean Dujardin che ha interpretato “The artist”. Un’esperienza straordinaria. Perché alla fine la vita è una e domani non sappiamo nemmeno se ci saremo”. Quindi carpe diem?

“Già. Se stai lì immobile a domandarti se ti rovinerai l’immagine, puoi stare certo che ti perderai delle grandi cose”.

Qual è stata la svolta?

“Quando ho superato l’età per partecipare ai concorsi pubblici. A quel punto, poco o tanto che fosse, di quello bisognava campare”.

È la risposta più bella che mi abbiano dato a questa domanda.

“Essere fuori età è liberatorio”. Una serata da ricordare?

“Eravamo da poco passati su Tele+ con il nostro primo spettacolo e avevamo una replica in provincia di Avellino. Considera che eravamo comunque ancora due mezzi sconosciuti. Arriviamo e vediamo che continuano ad aggiungere sedie. Poi ci dicono che il proprietario del posto ci vuole vedere e quando siamo di fronte a lui ci fa: “Ma voi chi cazzo siete? Qui arrivano telefonate senza sosta…”. Noi per primi pensavamo di essere stati scambiati per qualcun altro. E invece fu una specie di messa, un ripasso, le battute venivano dette in coro. Potrei però dirtene a decine”.

Qualcosa che non rifarebbe? “Serve tutto. Anche perché siamo come i pappagalli: più case giriamo e più parole impariamo, più registi incontriamo e più teatro o cinema riusciamo a fare. Credo che sia fatta così la vita dell’artista, pur provando una profonda timidezza nel dire a voce alta questa parola. Tanto che ho dovuto creare la categoria dell’artista necessario”.

Ci spieghi.

“Gli artisti necessari sono Gaber, Strehler, Troisi, De Andrè, Ronconi. Poi ci siamo noi, i non necessari”.

Nei prossimi mesi?

“Fra poco esce “La notte delle fragole” diretto da Alessandro Genovesi, persona bellissima. Nonostante dica di essere milanese, in realtà è lui il meridionale dei tre. Ci siamo divertiti e credo che si veda”.

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