San Siro, cent’anni da leggenda: il tempio che Milano non può dimenticare

Dai derby a Bob Marley, dalla boxe ai papi, dai trionfi di Inter e Milan alle notti olimpiche: il libro Il secolo di San Siro racconta in 101 episodi l’epopea dello stadio più amato d’Italia. Un luogo immortale, qualunque sia il destino che lo attende.

È morto il re, viva il re. Meglio dirlo subito per non doverlo ripetere più avanti: non c’è nulla di passatista, di nostalgico, di piagnone nello stupendo «Il secolo di San Siro» (Meravigli edizioni), il libro che celebra 100 anni di uno stadio immortale, qualunque sarà il suo destino. Ed è divertente leggere – uno dietro l’altro – i 101 momenti chiave di una storia da ricordare, non solo legata a Inter e Milan. Perché quell’astronave «ha ospitato papi e cardinali, rocker e cantanti d’opera, pugili e rugbisti. È lo stadio cantato da poeti e letterati come il milanista Franco Loi («Sansir l’era un cadin d’erba e culur») o come gli interisti Vittorio Sereni e Giovanni Raboni; quest’ultimo lo indagava come un luogo di psicopatologia del tifo da cui egli stesso si dichiarava felicemente affetto».

San Siro, cent’anni da leggenda: il tempio che Milano non può dimenticare

Così scrivono gli autori, due giornalisti di lungo corso che l’hanno frequentato per una vita, Claudio Colombo e Fabio Monti, e lo raccontano con l’affetto e la precisione dovuti al soggiorno di casa propria o a un terrazzo con vista sull’infinito. Nei labirinti del tempo si trova di tutto, anche la primogenitura di Piero Pirelli, presidente del Milan, che nel 1926 fece realizzare un impianto da 35.000 posti con una caratteristica in stile inglese: via la pista d’atletica, doveva essere solo un’arena per il football. Inaugurazione il 19 settembre con derby d’ordinanza: Milan-Inter 3-6. Ma il primo gol in assoluto lo segna un rossonero, Giuseppe Santagostino detto «Pinoeugia», vezzeggiativo informale di Pino.

Già si nota la forza propulsiva dell’alta borghesia milanese, rappresentata da famiglie vincenti come i Pirelli, i Rizzoli, i Moratti (in seguito i Berlusconi), capaci – in un’epoca senza troppe palle al piede burocratico-social-grilline – di condurre la metropoli tascabile dentro la modernità vera, non quella delle piste ciclabili a vanvera. Uno dei progettisti, Ulisse Stacchini (l’altro era Alberto Cugini) preoccupato per la vastità dell’opera, chiese a Pirelli: «Se dovesse passare la moda del calcio cosa ci facciamo?». Risposta senza possibilità di replica: «Tranquillo, non succederà mai, il calcio ha ormai sfondato nel mondo».
Nato come stadio del Milan, nel 1935 passa al Comune e subito dopo la guerra (1947) ospita anche l’Inter, che si degna «di trasferirsi in periferia in mezzo alla nebbia» per un motivo di un’attualità disarmante: l’ipotesi di ampliare l’Arena va sbattere contro i vincoli delle Belle Arti «in quanto monumento costruito da Napoleone». Nel frattempo, a San Siro arriva la Nazionale per i Mondiali del 1934 e sugli spalti c’è il pienone nella semifinale contro i fenomeni austriaci del fuoriclasse Sindelar, il Mozart del gol (una specie di Ibrahimovic dell’epoca), vinta 1-0 dagli azzurri. Sempre con gli austriaci, nel 1946, accade un fatto curioso: l’Italia è in vantaggio 3-2 ma è anche sulle ginocchia. Il pubblico se ne accorge e al 90’ invoca la fine dalla partita ma l’arbitro svizzero Schertz fa proseguire il gioco per altri 4 minuti e 40 secondi. Quando fischia, un urlo liberatorio scuote San Siro. Sarà il direttore di gara a svelare il mistero dell’esagerato recupero: l’orologio (pure lui svizzero) si era fermato.

Secondo anello, terzo anello, erba secca da giardinetto milanese ai tempi di Beppe Sala: c’è tutto dentro «Il secolo di San Siro», dai derby infiniti ai campioni che li hanno illuminati. Da Giuseppe Meazza che dà il nome allo stadio al leggendario Gre-No-Li milanista, da Benito Lorenzi detto Veleno a José Altafini fenomeno indolente già a 20 anni. E poi l’epopea (anche fotografica) di Nereo Rocco ed Helenio Herrera. Il primo, professore del contropiede e del pressing con la frase: «Colpite tutto ciò che affiora dall’erba, se è il pallone pazienza». Il secondo che chiamava Facchetti «Cipelletti» e sulla panchina nerazzurra vinse scudetti e Coppe Campioni.

Non solo calcio. Nel 1960 San Siro diventa paradiso della boxe, con la rivincita mondiale dei persi welter junior fra Duilio Loi e Carlo Ortiz. Scrivono Monti e Colombo: «L’attesa per la sfida è grande, tutta Milano ne parla, e non è una boutade: nei bar, sui tram, in piazza Duomo non c’è capannello che non si trattenga a discutere su chi sarà il vincitore. San Siro si presenta nella sua forma migliore: il ring piazzato al centro del terreno di gioco è circondato dalle sedie riservate ai vip. Tutto esaurito, 53.043 spettatori, incasso 130 milioni di lire». Vince Loi, vince soprattutto lo stadio che 5 anni dopo è teatro della supersfida Mazzinghi-Benvenuti, con un parterre composto da Marcello Mastroianni, Renato Rascel, Delia Scala, Murizio Arena. Spettacolo e avanspettacolo. Flash da un mondo perduto.

Come quello di Jair, Maldera, Giussy Farina, Ivanhoe Fraizzoli. E relative faide sportive fra cugini contrappuntate dai caustici commenti di Peppino Prisco, che il primo giorno della presidenza di Massimo Moratti (19-2-1995, Inter-Brescia 1-0) sibila: «Lui ha il carattere, la volontà e l’intelligenza del padre. Se ha anche fortuna siamo a posto. E poi il suo esordio coincide con una sconfitta del Milan, cosa che non mi dispiace». Si susseguono capitoli come ciliegie, con chicche d’altri tempi come «la domenica magica di Lodetti», «Operazione sorpasso», «La grande rimonta» (Inter-Liverpool). E tutta la formidabile saga di Silvio Berlusconi e delle sue 5 Champions vissute nel catino della storia.

San Siro è sempre lì, testimone di pietra delle imprese di Baresi, Donadoni, Van Basten, Gullit, Rijkaard. E sull’altra sponda del Naviglio, di Ronaldo il fenomeno, arrivato dopo una riunione di famiglia nella quale tutti i componenti erano contrari a una spesa così ingente. «Noi dobbiamo aiutare le persone che soffrono», disse Gianmarco Moratti, che finanziava l’opera meritoria di San Patrignano. Massimo rispose: «Chi soffre di più dei tifosi dell’Inter?». Luogo di prime assolute, lo stadio si adatta anche al rugby e nel 2009 ospita gli All Blacks contro la Nazionale italiana: sono 80.000 a far da corona all’evento, con l’Italia che risponde alla «haka» maori entrando in campo sulle note dei Carmina Burana. 

Tutto riporta al calcio ma il 27 giugno 1980 accade qualcosa di eccezionale: per la prima volta lo stadio ospita un concerto rock e balla a ritmo di reggae. C’è Bob Marley, data storica fra musica meravigliosa (21 canzoni), 100.000 spettatori in delirio, spinelli e prato devastato che crea scalpore fra i puristi del pallone usurpato. È l’inizio di una lunga stagione di concerti, da Edoardo Bennato a David Bowie, da Bob Dylan agli U2 fino all’abbonamento stagionale per Vasco Rossi. Solo schitarrate? No, nel 2011 viene allestita una colossale Aida verdiana con un palco di 50 metri per 25, 600 artisti, obelischi, palmizi, leoni d’oro sullo sfondo. Ma solo 8000 spettatori per via di un temporale con grandinata a poche ore dall’inizio. Il giorno dopo il critico del Corriere della Sera, Enrico Girardi, scrive: «La musica è l’ultimo accidente della serata». Esperimento mai più ripetuto, commento generale: «Meglio che rimanga la Scala del calcio».

San Siro non è soltanto il tempio del profano. Anela a ottenere una benedizione, che arriva quando il cardinal Martini organizza dentro il Meazza un raduno di cresimandi (1983) destinato a diventare un momento significativo nella vita della città. E nel 2012 sono 80.000 i fedeli che accolgono Papa Benedetto XVI, invitato dall’allora arcivescovo Angelo Scola. Anche Papa Francesco attraversa con la papamobile lo stadio nel 2017. Un secolo di storie, un crocevia di emozioni e pure di incubi. Come quello del 19 febbraio 2020, quando al termine di Atalanta-Valencia si scopre che il Covid è fra noi e le gradinate stracolme di orobici potrebbero essere state un moltiplicatore del contagio.

C’è la vita fra quegli scaloni a spirale dove «si è girato Giroud» e Francesco Acerbi ha fatto vivere agli interisti il miracolo della notte contro il Barcellona di Lamine Yamal. C’è un secolo da ricordare in quello scrigno illuminato a giorno per la cerimonia inaugurale delle ultime Olimpiadi invernali italiane. Ora è tornato di proprietà dei club e tutti parlano di passo d’addio. Senza aver fatto i conti con i fantasmi che lo abitano e lo proteggono.