TRENTO. Il personale sanitario continua a mancare e la carenza di infermieri sta iniziando a incidere concretamente sull'organizzazione degli ospedali trentini.
A Cavalese l'Azienda sanitaria ha ammesso che nel reparto di Medicina, a fronte di una dotazione necessaria di 22,5 infermieri, dal primo ottobre 2025 erano in servizio 18,7 unità equivalenti. Da qui le necessarie rimodulazioni dei ricoveri e delle attività assistenziali e la decisione dell'Azienda a ricorrere anche al personale interinale.
Le criticità negli ospedali periferici ci sono anche in questi mesi. Come confermato dall'assessore Mario Tonina in risposta ad una interrogazione presentata dal consigliere Michele Malfer.
Per garantire la dialisi vacanze, era stata bandita una selezione per incarichi libero professionali a infermieri esperti in emodialisi. Questa selezione, a causa della indisponibilità a prestare servizio a Cavalese degli 8 infermieri risultati idonei, era stata riaperta il 13 giugno con specifica destinazione Cavalese.
Quello che sta accadendo in valle, però, è soltanto la fotografia di una criticità più ampia. “Il problema è duplice” ci spiega Daniel Pedrotti, presidente dell'Ordine degli Infermieri. “Oggi possiamo dire in modo chiaro che gli infermieri non sono sufficienti rispetto ai bisogni di salute attuali e futuri, ma allo stesso tempo il sistema sanitario fatica ad attrarre e soprattutto a trattenere i professionisti”.
Una problematica che si sta portando avanti da ormai diverso tempo e gli sforzi messi in campo dalla Provincia e dall'Azienda sanitaria non hanno portato ad alcuna soluzione.
Presidente, il problema è davvero che in Trentino non ci sono abbastanza infermieri, oppure che non si riescono ad attrarre e trattenere nelle strutture periferiche?
Il problema è duplice: in Trentino gli infermieri non sono sufficienti rispetto ai bisogni di salute attuali e futuri, ma allo stesso tempo dobbiamo interrogarci sulla capacità del nostro sistema sanitario di attrarli e soprattutto di trattenerli.
Non possiamo quindi ridurre la questione a un semplice problema di reclutamento. In provincia di Trento, come nel resto d’Italia, la carenza infermieristica è strutturale e va considerata anche alla luce del fabbisogno necessario per sviluppare l’assistenza territoriale prevista dal DM 77/2022, in particolare con gli ospedali di comunità e le case di comunità. E il problema è destinato ad accentuarsi. Una quota significativa degli infermieri oggi in servizio è nelle fasce di età più avanzate e nei prossimi anni avremo un numero significativo di pensionamenti. Parallelamente assistiamo a uno spostamento di professionisti verso la libera professione e realtà territoriali che offrono condizioni più attrattive, come ad esempio l’Alto Adige.
Ma c’è un elemento che vorrei sottolineare con forza. Non basta contare gli infermieri, dobbiamo considerare le competenze che il sistema riesce a mettere a disposizione dei cittadini. L’infermiere non è semplicemente una presenza numerica necessaria per coprire un turno. È un professionista che, attraverso competenze clinico-assistenziali, relazionali, educative e di gestione della complessità, incide direttamente sugli esiti di salute delle persone.
La letteratura scientifica mostra infatti l'associazione tra adeguati livelli di staffing infermieristico, sicurezza delle cure e qualità degli esiti. Per questo garantire standard quantitativi e qualitativi adeguati di personale infermieristico è in primo luogo una scelta di politica sanitaria e una responsabilità nei confronti dei cittadini. È esattamente il motivo per cui l’Ordine delle professioni infermieristiche della provincia di Trento ha più volte sostenuto che la carenza infermieristica rappresenta una questione che riguarda l’intero sistema salute trentino.
Questo vale ancora di più nelle realtà periferiche?
Si, se vogliamo mantenere una sanità vicina alle persone, dobbiamo rendere attrattivi anche i luoghi nei quali è più difficile reclutare e trattenere. Non possiamo pensare che basti pubblicare un concorso. Servono condizioni di lavoro sostenibili, possibilità di crescita professionale, riconoscimento delle competenze e misure che tengano conto anche del costo della vita e della difficoltà di reperire un alloggio in alcune aree del territorio, come ad esempio le valli di Fiemme e Fassa, le Giudicarie e la Rendena.
La sfida, quindi, non è soltanto essere attrattivi per portare nuovi infermieri in Trentino, ma creare le condizioni perché scelgano di rimanerci. Significa offrire loro la possibilità di valorizzare pienamente le proprie competenze, costruire un percorso professionale e, nel lungo periodo, trovare qui le condizioni per progettare anche il proprio futuro personale e familiare.
Perché, alla fine, la questione non riguarda soltanto quanti infermieri abbiamo, ma quale sanità vogliamo essere in grado di garantire ai cittadini, oggi e nei prossimi anni.
L'Ordine chiede da tempo più incentivi, migliori condizioni di lavoro, alloggi agevolati e percorsi di carriera. Fino ad oggi cosa è stato fatto e cosa invece serve mettere in campo?
Qualcosa è stato fatto e va riconosciuto, ma riteniamo necessario fare un salto di qualità e passare da interventi singoli a una vera strategia provinciale.
L’Ordine ha espresso apprezzamento, per esempio, per le iniziative rivolte agli studenti di infermieristica attraverso la legge sugli incentivi alla formazione e per gli interventi economici sul piano contrattuale. Abbiamo però anche detto con chiarezza che l’incentivo economico allo studente, da solo, non può risolvere una carenza strutturale di professionisti. Può contribuire ad attrarre giovani verso la professione, ma poi dobbiamo essere capaci di offrire loro un sistema nel quale valga la pena rimanere e investire tempo e risorse per il proprio futuro professionale.
Per questo bisogna agire contemporaneamente su più dimensioni: condizioni di lavoro, possibilità di carriera e sviluppo professionale, riconoscimento delle competenze, retribuzione, organizzazione e conciliazione tra vita professionale e vita privata.
Un infermiere oggi è un professionista laureato, con responsabilità crescenti e competenze sempre più avanzate. Abbiamo infermieri con master, laurea magistrale, competenze specialistiche e importanti responsabilità cliniche, ma il sistema non sempre riesce a riconoscere e valorizzare adeguatamente queste professionalità attraverso percorsi di sviluppo coerenti.
E cosa serve in concreto?
Servono percorsi di carriera in ambito clinico-assistenziale, formativo e organizzativo che consentano agli infermieri e alle altre professioni sanitarie di esprimere pienamente autonomia, competenza e responsabilità.
A questo aggiungerei un tema che considero decisivo: le condizioni concrete nelle quali gli infermieri lavorano. Organici insufficienti, carichi di lavoro elevati, attività improprie, turnistica gravosa, difficoltà legate all’età dei professionisti, aggressioni e una crescente pressione burocratica rendono più difficile non solo attrarre, ma soprattutto trattenere le persone nel sistema.
Anche i recenti problemi tecnologici sono emblematici. L’Ordine ha sottolineato come i ripetuti malfunzionamenti dei sistemi informatici abbiano messo sotto pressione i professionisti e rischiato di compromettere la continuità e la sicurezza dell’assistenza. Quando la tecnologia non funziona, sono gli operatori a dover riorganizzare il lavoro, adottare procedure alternative e garantire comunque la presa in carico dei cittadini. La tecnologia deve essere un alleato della cura, non può diventare un ulteriore fattore di complessità per chi cura.
Dobbiamo quindi investire nell’innovazione, ma contemporaneamente nel capitale umano e nell’organizzazione del lavoro. Non esiste innovazione sostenibile se non è accompagnata da professionisti valorizzati e messi nelle condizioni di lavorare bene.
Per questo continuiamo a proporre alla politica l’istituzione di un tavolo dedicato, con l’obiettivo di elaborare un piano provinciale di contrasto alla carenza infermieristica e di rilancio del valore della professione. Un piano che metta insieme incentivi alla formazione, politiche abitative, riconoscimento professionale ed economico, percorsi di carriera, organizzazioni del lavoro più sostenibili e valorizzazione delle competenze specialistiche.
Non servono soltanto più infermieri. Servono le condizioni perché gli infermieri possano scegliere di lavorare in Trentino, possano rimanerci e, soprattutto, possano esercitare bene la loro professione. È questa, a nostro avviso, la vera sfida: costruire un sistema sanitario capace di attrarre, valorizzare e trattenere i professionisti di cui ha bisogno.
Se non troviamo infermieri, gli ospedali periferici rischiano progressivamente di perdere servizi. Il ruolo dell'infermiere è fondamentale. È questa, secondo lei, la vera emergenza?
Sì, il rischio è concreto, ma credo che l’emergenza sia ancora più ampia. È in gioco la capacità del nostro sistema sanitario di garantire in modo uniforme sicurezza, qualità ed equità delle cure in tutto il territorio provinciale.
Abbiamo già visto situazioni nelle quali la carenza di infermieri ha reso necessario la non attivazione o la rimodulazione di alcuni servizi. È un segnale che non possiamo sottovalutare. Se questa dinamica dovesse proseguire, il rischio è che progressivamente alcune attività vengano concentrate nei centri maggiori, indebolendo proprio quella rete territoriale e di prossimità che dovrebbe invece essere rafforzata. L’Ordine ha già evidenziato come la carenza infermieristica possa imporre scelte difficili per mantenere aperti servizi essenziali in condizioni di sicurezza. Ma vorrei evitare una lettura esclusivamente difensiva.
E come vede lei il futuro?
Il futuro non può essere quello di cercare semplicemente di mantenere ciò che abbiamo oggi. La popolazione invecchia, aumentano cronicità e fragilità e i bisogni di salute diventano sempre più complessi e diversificati. Avremo bisogno di più assistenza domiciliare, più prevenzione, più presa in carico territoriale e più continuità assistenziale. E in tutti questi ambiti le competenze infermieristiche saranno sempre più importanti.
Per questo la questione infermieristica deve diventare una delle priorità della programmazione sanitaria provinciale. Non possiamo progettare il futuro della sanità senza progettare contemporaneamente il futuro della professione infermieristica.
C’è poi una questione che riguarda il modello di governance. I problemi che stiamo vivendo, compresi quelli organizzativi e tecnologici, dimostrano quanto sia importante coinvolgere realmente i professionisti nei processi decisionali. Chi lavora quotidianamente nei servizi conosce molto bene gli effetti concreti che una scelta organizzativa può produrre sul percorso del paziente. L’Ordine ritiene quindi necessario un modello più partecipato, nel quale professionisti, istituzioni e cittadini possano contribuire alla costruzione delle soluzioni.
La recente crisi dei sistemi informatici lo ha dimostrato molto bene. Anche in condizioni estremamente complesse, sono stati gli infermieri e gli altri professionisti sanitari a garantire la continuità delle cure, riorganizzando il lavoro e assumendosi responsabilità importanti.
Questo ci dice una cosa molto semplice. Il capitale umano è la vera infrastruttura del nostro Servizio sanitario. Possiamo avere ospedali moderni, tecnologie avanzate e sistemi digitali sofisticati, ma se non abbiamo professionisti competenti, adeguatamente presenti e messi nelle condizioni di lavorare bene, la qualità del sistema inevitabilmente si indebolisce.
Come Ordine, chiediamo quindi che la professione infermieristica sia posta al centro della programmazione sanitaria provinciale, investendo sulle competenze, sulle condizioni di lavoro e sulla capacità del sistema di valorizzare e trattenere i professionisti.
Garantire un numero adeguato di infermieri, con competenze adeguate e nelle condizioni di poterle esercitare, significa garantire ai cittadini cure più sicure, appropriate e di qualità. Questo, prima ancora della difesa di un singolo servizio o di un singolo ospedale, è il vero obiettivo che dobbiamo porci.