Scuola, la preside del Coletti: «Il problema non sono i ragazzi di origine straniera nati in Italia, ma chi è appena arrivato e non parla la lingua»

TREVISO «Vede, la questione è complessa. Ed è bene che se ne parli e che venga affrontata. Ma dobbiamo capire di cosa vogliamo discutere: il problema, nelle scuole, non sono i bambini o i ragazzi stranieri nati in Italia. Quelli, l’italiano lo parlano perfettamente. La questione vera invece riguarda i ragazzi appena arrivati in Italia». Angela Ferraro, dirigente dell’Istituto comprensivo Coletti di Treviso, quando si entra nel delicato campo dell’integrazione a scuola parla a ragion veduta. E non potrebbe essere altrimenti: negli istituti sotto la sua gestione, sparsi tra San Liberale e Santa Bona, i quartieri più popolari del capoluogo della Marca, il 64% dei 930 studenti è di origine straniera. 
 

Preside Ferraro: serve un tetto agli stranieri nelle scuole?
«Per prima cosa mi fa piacere che venga sollevata l’attenzione sui processi di ghettizzazione nei plessi scolastici. E mi fa piacere che si parli di collaborazione tra enti e di equa distribuzione».
 

La presidente Meloni annuncia una legge...
«Fondamentale capire cosa ci sarà scritto prima di poter commentare. E bisognerà capire se parliamo di ragazzi appena arrivati in Italia o di ragazzi, invece, che in Italia ci sono nati: ma questi parlano correttamente la lingua e problemi non ne hanno».
 

Nel suo istituto comprensivo la quota di ragazzi arrivati da poco è alta?
«No. Nel 64% di ragazzi di origine straniera presenti nelle nostre classi, rappresentano una percentuale minima».
 

Un ragazzo arrivato da poco nel nostro paese e che non parla bene l’italiano rappresenta un problema per la didattica?
«Noi siamo perfettamente attrezzati per garantire tutto il supporto possibile. E fino a quando i ragazzi con queste difficoltà sono 2-3 per classe, la situazione è gestibile. Se la quota aumenta il discorso cambia».
 

Servono quindi delle nuove regole?
«Bisogna capire bene. Ci sono tante sfaccettature da considerare. Faccio un esempio: le nostre scuole sono nei quartieri periferici dove le abitazioni costano generalmente meno. Inevitabile quindi che una famiglia che arriva a Treviso cerchi qui una casa...».
 

E anche la scuola dove mandare i figli.
«Certo. Ma, ipotizziamo, se ci fosse un tetto sulle presenze di ragazzi stranieri come potremmo dire a una famiglia che il loro bambino da noi non lo può mandare? E che devono magari iscriverlo in un istituto dall’altra parte della città? Sono problemi reali. Come li risolviamo? Con un servizio di pulmini? Servono analisi approfondite».
 

Invece per i ragazzi di seconda o terza generazione questi problemi non ci sono...
«Chi è nato qui l’italiano lo parla già, anche bene. Loro non sono un problema. Abbiamo tanti studenti di origine straniera che in italiano hanno ottimi voti. Per dire: una mamma cinese, che parla praticamente solo la propria lingua, ha iscritto alle nostre elementari i suoi tre figli che hanno valutazioni altissime proprio in italiano. Il problema semmai è contrario: spesso a conoscere poco o per niente l’italiano sono i genitori. Così abbiamo la situazione di ragazzi che a scuola parlano la nostra lingua, a casa la lingua dei genitori. E questo, a volte, è un problema. Servono di più corsi per i papà e le mamme».
 

E il problema dei burqa a scuola?
«Devo essere sincera: in tanti anni che lavoro a Treviso non ho mai visto una ragazza col burqa, quindi completamente coperta, a scuola. Si vede qualche velo, ma siamo nell’ordine di 7-8 ragazze. Ma quello è un discorso diverso: il velo non copre il volto, non maschera niente».