Quanto è più forte, il dolore è nascosto e impalpabile. E non basta uno sguardo sfuggente per coglierlo, un buongiorno e buonasera in ascensore, che mette tutte le coscienze a posto. Non basta soprattutto nella frettolosa routine di tutti i giorni intercettare famiglie che affondano, ragazzi insospettabili in crisi profonda. Le croci si portano in silenzio ed è questo il grande tema. Nessuno sa davvero, cosa avviene dietro ogni porta di casa, quali dinamiche negative intossicano l'ambiente. Il vicinato è cambiato, la sensibilità anche. I luoghi comuni portano a nuove pericolose superficialità: un adolescente è di per sè problematico e guai se non lo fosse; una ragazzina disabile è un fardello di responsabilità e angosce che è meglio guardare da lontano, con empatia distaccata. Nessuno fa un passo in più, al massimo volta lo sguardo per rispetto misto a imbarazzo.
Disagio e solitudine sono in carico di tutti e di nessuno, la verità. Se l'alert non è intercettato umanamente da chi incrocia distrattamente gli occhi lividi di una donna o quelli spenti di un ragazzo, spesso sfugge anche a chi segue e assiste per lavoro o passione le famiglie. «Un po' chiuso, non salutava ma un bravo ragazzo», viene definito il 16enne che ha ucciso a botte la madre a Centocelle a Roma. Una famiglia che si è arresa, nonostante la figlia disabile fosse seguita, anche economicamente, è quanto si evince dalle parole del presidente del IV Municipio, Massimiliano Umberti commentando l'omicidio-suicidio di Pietralata.
Un disagio familiare che esplode in violenza, un fallimento, un'emergenza. Parla di «tragedie familiari vissute in solitudine e per quanto riguarda il 16enne di Centocelle di processi di crudeltà dalle mille sfaccettature che nessun adulto è riuscito a cogliere», Anna Maria Giannini, professore ordinario di Psicologia Forense, Direttrice di Psicologia alla Sapienza di Roma. Si riferisce alla chiamata inquietante eppure "rientrata" e normalizzata che ha fatto il ragazzo il giorno prima alla polizia: «Mamma mi costringe a bere». Nulla di vero, ma è chiaro che tutto era già saltato da tempo in quelle quattro mura e forse quella donna da sola non era in grado di affrontarlo. Forse già prendeva colpi, non per forza fisici, ma psicologici, verbali, crudeli. Ma era lui che stava male dentro e chissà, la madre subiva impotente. Dall'altra parte della stessa città, una famiglia seguita dai servizi sociali, una famiglia splendida e unità come viene descritta, che viveva per quella bambina disabile e non si rassegnava alla malattia. In questo caso sottolinea la psicologa Giannini, è evidente l'elemento scatenante ma non si va in profondità. «Non è la prima volta che famiglie che devono gestire problematiche serie dei figli arrivino a voler togliere la vita ai figli e a se stesse, insomma a radere al suolo la famiglia, percependo la sofferenza dei figli e l'angoscia di un futuro in cui loro non ci saranno più».
Le paure
Che futuro avremo, che futuro avrà? Quante notti e quanti giorni se lo saranno chiesto quei due giovani genitori che hanno chiuso il sipario, ucciso anche l'amato cane Theo. Se l'aumento del disagio giovanile è sotto gli occhi di tutti, come le violenze e la criminalità minorile (gli accessi e i ricoveri in neuropsichiatria lo confermano), poca attenzione si pone sul dissesto in atto da tempo e sottotraccia nei genitori con figli problematici e disabili. «Occorre investire sulla salute mentale e trovare sistemi di prevenzione», poiché le violenze e i disagi esplodono. Le famiglie non ce la fanno. «Figuriamoci quando la gestione di un adolescente ricade solo su una persona... a volte si seguono i bambini ma non si dà alcun sostegno ai genitori, che intanto sviluppano patologie serie». Le urla non si sentono, i veri drammi sono vissuti dentro, in solitudine, è anche difficile chiedere aiuto, confidarsi. Così i fantasmi crescono, le tensioni si alimentano, azzerare tutto diventa l'illusione di una soluzione. La sofferenza è scomoda eppure ci riguarda. E la solitudine è il primo segnale d'allarme. Eppure ci sono anziani trovati morti in casa dopo mesi. Invisibili, anche quando erano vivi.
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