Sempio: «Giusta la condanna a Stasi»  - L'Unione Sarda.it

Garlasco

07 ottobre 2026 alle 00:56

«Capitano, spinga sulle impronte»: le mail di Garofano al consulente dei pm 

Milano. «Non sto più vivendo. La condanna di Alberto Stasi è giusta e l’impronta 33 non è attribuibile a me»: Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, torna davanti alle telecamere di “Porta a porta”. Il commesso ha ribadito di ritenere «spiegabile» tutto quanto emerge dall’inchiesta a suo carico e ha detto di sperare di chiudere la vicenda in udienza preliminare, senza dover affrontare il processo. Quanto alla possibilità del carcere, «cerco di non pensarci».

Messaggi tra ufficiali

Nel frattempo a tenere banco è quanto emerge dalle carte acquisite dalla Procura di Pavia al Ris di Parma: sotto esame alcune e-mail che risalgono alla prima indagine sul delitto. In una del 27 agosto 2008 l’allora comandante del Ris, generale Luciano Garofano (che fra 2016 e 2017 e ancora l’anno scorso fu consulente della difesa Sempio) chiese al capitano Aldo Mattei, all’epoca consulente del pm Rosa Muscio, di «spingere un po’» sulla ricostruzione delle impronte lasciate dalle scarpe dell’assassino, e auspicando che il sottoposto «adombrasse una misura» di quelle calzature, attribuite a Stasi, fidanzato della vittima, condannato in via definitiva a 16 anni dopo due assoluzioni. Il giorno dopo, Mattei rispondeva che l’incompletezza delle impronte non consentiva di indicare in modo univoco la taglia delle scarpe ma rilevava che la numero 6 era compatibile con la taglia di Stasi «in ragione della loro incompletezza». In un’altra mail Garofano chiedeva inoltre una trattazione «pratica e anche teorica» sulle macchie di sangue in modo da «ridicolizzare le ‘baggianate’» di Francesco Maria Avato, allora consulente di Stasi.

Gli atti negati

Le carte acquisite da Pavia riguardano anche le successive richieste della difesa Stasi di ottenere atti e dati grezzi, tra cui quelli relativi al Dna sui pedali della bicicletta. Nel gennaio 2018 il comandante del Ris Giampietro Lago chiese un parere all’Ufficio legislazione del Comando generale dell’Arma, segnalando la possibilità di «contestazioni anche di carattere legale». L’Ufficio ricordò le garanzie riconosciute ai difensori e la possibilità di un ricorso al giudice amministrativo, sottolineando quindi la necessità di motivare adeguatamente il diniego. La richiesta fu poi respinta anche dopo un’interlocuzione con l’autorità giudiziaria, che avrebbe espresso parere negativo.

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