Molti dei viaggi che continuo a portarmi dentro sono finiti su un’isola, oppure sono cominciati da lì. A volte era previsto. Altre volte l’isola sembrava un dettaglio della mappa e invece è diventata il punto più preciso del viaggio. Una terra emersa, certo. Un perimetro segnato dall’acqua. Ma anche un modo diverso di stare nel mondo.

Le isole attirano perché restringono il campo. Su una terra circondata dall’acqua tutto appare definito: le distanze, gli approdi, le partenze, perfino il tempo dell’attesa. Non c’è la continuità della terraferma, quel procedere indefinito che consente sempre un altrove a portata di strada. C’è, invece, un perimetro, e dentro quel perimetro ogni cosa si fa più esatta. Il mare separa, protegge e allo stesso tempo trattiene. Per questo ogni isola, anche la più bella, porta con sé una forma d’inquietudine. Anche quando è bellissima. Anche quando ha spiagge perfette, porti quieti, case bianche, orti, barche, terrazze, fichi d’India, scogliere, vulcani, vento.
Le isole, terre di contrari
Anni fa, a Sant’Antioco, durante un reportage, un pescatore figlio di pescatori mi disse una frase che non ho più dimenticato: le isole sono una cosa e il suo contrario. Stava sbrogliando le reti, con le mani ruvide e quella solennità pratica di chi non ha bisogno di aggiungere molto. Per chi arriva dalla città, spiegava, il mare turchese può sembrare il paradiso. Per chi ci vive tutto l’anno, lo stesso mare può diventare una prigione. Da allora ho smesso di guardare le isole come luoghi soltanto desiderabili. Ho cominciato a considerarle per quello che sono: mondi compatti, fragili, spesso magnifici, attraversati da forze opposte.
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Libertà e prigionia. Riparo ed esposizione. Desiderio di fuga e bisogno di appartenenza. Dopo tante isole e altrettanti reportage ne ho raccolti alcuni in un libro, L’inquietudine delle isole (Ediciclo) che mette insieme molti dei viaggi fatti per Dove in cerca di storie da raccontare come una rotta segnata su una carta nautica.

Su un’isola si capisce prima e meglio quanto una comunità dipenda dagli elementi, dal vento, dalla stagione, da una barca che arriva o non arriva. Si capisce che la bellezza può essere una risorsa e una minaccia insieme. Che il turismo promette ricchezza, ma spesso chiede in cambio un pezzo d’identità. Che abitare non significa soltanto avere una casa, ma accettare una grammatica di limiti, abitudini e piccoli adattamenti quotidiani.
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Alle Isole Cook, Thomas mi disse che non avevo ancora sentito la voce di un’isola. Aveva studiato ad Auckland, avrebbe potuto restare lontano, cercare una vita più grande, più comoda. Invece era tornato a Rarotonga, tra lagune e cerchi di corallo, con il progetto di aprire una piccola pensione nella casa della nonna. Quando gli chiesi se quel paradiso non rischiasse, prima o poi, di soffocarlo, sorrise. Disse che per sentire un’isola bisogna prima imparare ad ascoltare il mare, distinguere il rumore di ogni singola onda.
Il mare, misura delle cose
Allora non capii fino in fondo. Mi sembrò una frase bella, forse persino troppo poetica. Invece parlava di una competenza precisa. Per chi nasce su un’isola, il mare è orientamento e misura delle cose. Un’onda non è mai solo un’onda. Porta il vento, le correnti, la profondità da cui arriva. I navigatori polinesiani imparano a leggerla con il corpo prima ancora che con gli occhi: da piccoli galleggiano sul dorso, ascoltano le oscillazioni, distinguono ciò che per noi resta indistinto.
Anche nelle Marshall, mi raccontarono poi, si può riconoscere la presenza di un’isola prima ancora di vederla, seguendo il modo in cui le onde rimbalzano dalla terra. Per ascoltare la voce di un’isola è necessario fermarsi e prestare attenzione.
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In Groenlandia, invece, sulla terrazza di Anouk, ho capito un’altra cosa. La sua casa di legno aveva pochi mobili e una vista quasi irreale sulla Disko Bay: iceberg come cattedrali bianche, lastre di ghiaccio nel mare scuro, un paesaggio in continuo movimento. Anouk parlava della sua terra senza enfasi. Diceva che lì ogni spostamento è complicato, che non esistono strade tra un centro abitato e l’altro, che l’inverno è lungo, il permafrost si sgretola, il clima cambia sotto gli occhi di chi ci vive. Altrove, in Danimarca, la vita sarebbe stata più semplice, per lei. Eppure preferiva rimanere lì.

Quando le chiesi che cosa la tenesse legata a quella terra, rispose: il mio debito verso questa terra. Una parola sola, limpida: debito. Verso il ghiaccio, verso la memoria, verso gli antenati, verso una natura che non circondare la vita degli uomini e basta, la misura e la determina. Me lo spiegò con una storia. Un tempo, gli Inuit, quando sentivano avvicinarsi la fine della vita, lasciavano la costa e andavano verso il ghiaccio. Si stendevano e aspettavano. Restituivano alla natura quello che dalla natura avevano ricevuto. Ecco il punto: per Anouk restare non era una scelta romantica, né un attaccamento al paesaggio. Era un patto con una terra che nutre, limita, espone e alla fine riprende.
Da Thomas ad Anouk, dalle lagune del Pacifico al Nord glaciale, tornava la stessa evidenza: gli isolani non abitano soltanto un luogo. Ne imparano l’alfabeto. E quando se ne allontanano, portano con sé una nostalgia più fisica di altre, come se la terraferma non bastasse più a contenerli.
Perché scegliamo le isole?
In altre isole l’inquietudine assume una forma più gentile. Alle Scilly, al largo della Cornovaglia, sembra che il tempo abbia trovato un modo più civile di passare. Ci si muove a piedi, in bicicletta, in golf cart; le porte restano aperte, il fudge si compra lasciando le monete in una cesta, gli atelier possono restare senza lucchetto. È un’utopia, quotidiana. Non l’isola come fuga romantica, ma un piccolo sistema sociale dove la fiducia nelle relazioni torna a essere una pratica quotidiana.
Poi ci sono le isole che l’uomo ha caricato di sogni, paure, miti, colpe: le isole letterarie, da Itaca a Robinson Crusoe, le isole del paradiso, che i navigatori del Pacifico hanno trasformato in Eden, le isole artificiali, costruite per proteggersi e resistere all’acqua che sale. Poi ci sono le isole di lago, come quelle degli Uros sul Titicaca, fatte di totora, le isole mediterranee, dove mito e geologia si confondono: le Eolie, con i loro sassi fumanti, lo zolfo, i vulcani, Eolo, Ulisse, le rotte antiche. Ogni volta la stessa domanda: che cosa cerchiamo quando scegliamo una terra circondata dall’acqua?
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Cerchiamo un luogo abbastanza separato da farci uscire dal rumore, abbastanza concreto da obbligarci a guardare meglio, abbastanza inquieto da non lasciarci identici a prima. Cerchiamo un mondo più piccolo per capire quello più grande. È questa, forse, la ragione per cui le isole continuano a tornare nei reportage di viaggio e nei budget delle nostre vacanze.
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Silvia Ugolotti

È giornalista di viaggio e autrice. Scrive di isole, Nord, geografie laterali e luoghi dove il mondo sembra finire e invece ricomincia meglio. Racconta destinazioni per le testate con cui collabora e costruisce narrazioni editoriali per territori e progetti di accoglienza che hanno qualcosa da dire. Ha una predilezione per le comunità piccole, le mappe imperfette, gli indirizzi con una storia dietro e i luoghi che non si capiscono al primo sguardo.
Quando torna a Parma, dove vive, capisce quali appunti sono sopravvissuti al viaggio e possono diventare racconto. Il resto lo affida a una certa fiducia nelle partenze e a una moderata diffidenza verso le biografie troppo definitive. Per la casa editrice Ediciclo nella collana Piccole Filosofie di Viaggio ha pubblicato L’inquietudine delle isole. Piccole fughe tra atolli e arcipelaghi e nel 2026 Non cercatele in salotto. Esploratrici, avventuriere, viaggiatrici: donne che hanno cambiato il mondo.