"Sono gay e ne vado fiero, in Italia sui diritti civili hanno fatto

TRENTO. Tre sedie, tre personaggi e una scenografia che entra nel bagagliaio di un'auto. Parte da questa apparente semplicità "Tre sedie. Ovvero la scenografia", la nuova commedia di Alessandro Fullin in scena venerdì 31 luglio al Teatro Capovolto di Trento. Un testo che, tra ironia e malinconia, affronta il tempo che passa, le amicizie che resistono e quelle che, come racconta lo stesso autore nell'intervista concessa a il Dolomiti, possono rivelarsi una lama in agguato nel buio. "L'amicizia è l'ingrediente fondamentale di questa commedia", spiega Fullin, sottolineando come anche i rapporti più solidi possano racchiudere solidarietà, ricordi e, naturalmente, assolute crudeltà.

Volto iconico della comicità italiana grazie alla celebre Professoressa Fullin di Zelig, autore, regista e oggi anche pittore, Fullin racconta uno spettacolo nato senza grandi produzioni alle spalle, ma con la libertà di chi non vuole rincorrere gli effetti speciali. "Io, come regista, me ne infischio della scenografia. Va bene lo stesso: al pubblico diamo un prodotto onesto", afferma. Nell'intervista ripercorre una carriera tra teatro, televisione e letteratura, riflette sul personaggio che lo ha reso popolare, sulla sua passione per la pittura e sul tema dei diritti Lgbtq+ in un Paese che considera cresciuto più dei suoi politici.

"Io sono felicemente gay: mi è sempre sembrata un'ottima idea camminare anche sui tacchi su questa terra", racconta Fullin con il consueto gusto per il paradosso, dimostrando come la comicità sia strumento privilegiato per osservare il presente e raccontare ciò che ci rende profondamente umani.

Fullin, partiamo dallo spettacolo molto essenziale: tre attrici, tre sedie e una casa di montagna ereditata da un'amica scomparsa. In un'epoca in cui spesso il teatro rincorre effetti e tecnologia, lei sceglie invece l'essenzialità.

In realtà non é per amore dell’essenzialità o per una scelta artistica. Io, la Ierse e la Ussi, malgrado una carriera non esattamente irrilevante, siamo indipendenti e non godiamo di nessun appoggio né privato, né pubblico. Quindi abbiamo costruito questa commedia con sano realismo: abbiamo una macchina, noi tre a bordo, tre valige con il costume di scena e appunto tre sedie. Non ci stava altro. Detto questo io, come regista, me ne infischio della scenografia. Va bene lo stesso: al pubblico diamo un prodotto onesto. Tre attrici molto amiche, noi tre, che vogliono far sorridere e ridere con intelligenza altri essere umani.

Sotto la leggerezza della commedia affiorano il tempo che passa, le amicizie, le illusioni e le occasioni perdute. Scrive: "Anche un'amica può essere una lama che ci attende nel buio". Quanto le interessa raccontare quelle ferite quotidiane che spesso fanno più male dei grandi drammi?

L’amicizia é l’ingrediente fondamentale di questa commedia. Personalmente, visto che non ho un marito, a sessantadue anni ho chiuso con l’atletica leggera (ride, ndr) do massima importanza all’amicizia anche perché non basandosi su qualcosa di transitorio, l’attrazione sessuale, é un bel cemento per costruire qualcosa soprattutto quando non hai più vent’anni. É questo il tema della commedia. Cosa può succedere tra tre amiche: il che vuol dire solidarietà, ricordi e, naturalmente, assolute crudeltà.

Nella sua carriera ha attraversato teatro, televisione, cinema, radio e narrativa. Guardandosi indietro, ha l'impressione di aver raccontato personaggi molto diversi o, in fondo, di aver sempre inseguito la stessa domanda sull'identità umana?

In realtà l’avventura continua. Ora la mia attività principale non é il teatro. Ho un altro nome, Dimitra Vroklaw, e mi spaccio per polacca. Passo le mio giornate a Biella dipingendo marinai in mutande che poi vendo a milanesi furbette che vogliono sopra il divano qualcosa di veramente stimolante. La pittura é, più del teatro, il mio massimo interesse. Voi trentini siete molto fortunati: avete il Mart che fa le mostre più importanti a livello italiano, e io ci vivrei al Mart.

Il grande pubblico continua ad associarla alla Professoressa Fullin di Zelig. Se oggi dovesse riscriverla, cosa conserverebbe e cosa, invece, sentirebbe il bisogno di cambiare?

La dottoressa Fullin è iconica, immutabile come la Stele di Rosetta. E mi sopravviverà perché é un pezzo dadaista, é un opera alla Duchamp. Potrei scrivere “Morte a Venezia” o affrescare Palazzo Venezia ma quando me ne andrò in cielo scriveranno due righe di quel pezzo, non di altro. La comicità é un arte molto transitoria. Solo il surrealismo può garantire ad un artista un approccio più duraturo. La professoressa che tortura i suoi allievi é qualcosa che tutti abbiamo passato, per questo ha avuto così tanto successo.

Lei è stato tra gli artisti che hanno raccontato per primi il tema dei diritti della comunità Lgbtq+ quando farlo era molto meno scontato di oggi. A suo giudizio il Paese è davvero cambiato oppure, dietro alcuni progressi, continuano a sopravvivere gli stessi pregiudizi?

No, credo che di passi avanti se ne sono fatti. Gli italiani anche prima dei loro politici. In certe questioni anche un pizzico di cuore e le sensibilità aiutano. Non é solo, insomma, la modifica di una legge. Io sono felicemente gay: mi é sempre sembrato una ottima idea camminare anche sui tacchi su questa terra.