Stabilicum, ma non troppo. Coalizioni fa rima con confusioni

Centrodestra e centrosinistra si trovano ancora bloccati davanti alla nuova legge elettorale. Dalle preferenze al ballottaggio, fino alle regole delle primarie, manca una sintesi chiara

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, accanto alla premier, Giorgia Meloni

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Roma, 30 luglio 2026 – Coalizioni fa rima con confusioni. In questa fase più del solito. Non parlo delle scelte propriamente politiche di merito come quelle sulla difesa e sull’Ucraina, che sono sotto gli occhi di tutti, ma dell’incrocio con la legge elettorale e con le scelte da compiere. Si sono chiuse le audizioni in Commissione al Senato sul cosiddetto Stabilicum e la maggioranza che l’ha proposto resta quanto mai confusa. Non tanto sulla questione delle preferenze, su cui alla fine un qualche compromesso si troverà per evitare di essere sconfessati dalla Corte Costituzionale, ma sullo schema politico che esso si prefigge.

Di fronte all’ascesa di Vannacci sull’estrema destra la coalizione di governo avrebbe in astratto due opzioni chiare. La prima è di convincere gli elettori di Vannacci in nome del voto utile a votare per il centrodestra, anche per non far vincere la coalizione opposta. Conseguenza logica sarebbe quella di approvare un sistema a turno unico, con un quorum più basso possibile, purché conforme alla giurisprudenza costituzionale, ossia il 40%. Ma la maggioranza ha alzato la soglia al 42%, rischiando così che il premio non scatti. La seconda opzione sarebbe di lasciar perdere i risultati del primo turno, alzare la soglia per vincere al primo come nei comuni, pagando il prezzo di una crescita dell’estrema in tale turno, per poi puntare a recuperare i voti al ballottaggio. Quest’ultimo, però, originariamente previsto, è stato eliminato alla Camera. Con questa contraddizione, di non scegliere uno schema chiaro, la maggioranza rischia poi, a ridosso del voto, qualora Vannacci fosse cresciuto e i suoi elettori volessero comunque votarlo, di dover scegliere tra una possibile sconfitta e la tentazione di inserirlo comunque nella coalizione nell’unico turno di voto, a quel punto molto più litigiosa e spostata sull’estrema di quella attuale.

La coalizione opposta si trova di fronte ad almeno due candidati alla premiership, Schlein e Conte, che non vogliono ritirarsi e a cui nessuno può imporlo. Lo strumento esisterebbe e sarebbe pronto a disposizione: le regole delle primarie di coalizione a doppio turno Bersani-Renzi e altri del 2012. Sono in parte anche normate nello statuto del Partito democratico che parla ben prima dello Stabilicum dei candidati alla presidenza del Consiglio. Siccome però se ne temono gli effetti disgreganti, che certo non vanno ignorati, alcuni prospettano alternative surreali, l’ultima delle quali sarebbe di indicare prima del voto una sorta di garante super partes, rinviando la scelta politica al dopo elezioni e spostandola sul Presidente della Repubblica.

Ora, al netto di eventuali dibattiti asimmetrici in campagna elettorale tra una candidata vera, Giorgia Meloni, e un sedicente garante pro tempore, non si capisce sulla base di quale logica costituzionale e politica il Presidente della Repubblica dovrebbe assumere su di sé una scelta tutta politica che i partiti si devono assumere in prima persona. Un conto è, infatti, che in caso di difficoltà politiche e parlamentari, i poteri del presidente si espandano promuovendo governi tecnici o consimili, un altro conto è che venga richiesto al Capo dello Stato di entrare come mediatore e decisore di una coalizione che avesse appena vinto le elezioni. Il risultato di queste brillanti teorie è che le primarie si faranno lo stesso come è inevitabile che sia, ma dopo aver perso settimane e mesi.

Ci sarebbe ancora tempo per decisioni sensate e rapide, dall’introduzione del ballottaggio alle regole delle primarie, se qualcuno lo capisse.

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