Tania Terrin, il messaggio all'ex compagna di Dino Keber quattro mesi prima del femminicidio: «Con te era violento? Sabato mi ha quasi uccisa»

Un messaggio inviato mesi prima della tragedia getta nuova luce sulla vicenda di Tania Terrin, la donna uccisa dal compagno Dino Keber, che dopo il femminicidio si è tolto la vita. Secondo quanto riportato da Il Gazzettino, il 20 aprile scorso Terrin aveva contattato una delle ex compagne dell'uomo nel tentativo di raccogliere informazioni su di lui, in un momento in cui il rapporto tra i due era già segnato da episodi di violenza.

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Il messaggio di Tania

Nel testo Terrin si rivolgeva alla donna con queste parole: «Ciao, innanzitutto ti chiedo scusa se mi permetto di scriverti, penso tu sappia chi sono. Se vuoi puoi ignorare questo messaggio e non rispondermi. Ma spero che, da donna a donna, mi risponderai. Siccome vorrei capire con chi ho a che fare ti chiedo se Dino è stato violento con te e fino a che punto. Te lo chiedo perché sabato mi ha quasi uccisa e sta cercando di dare la colpa a me per le sue azioni». Un appello arrivato quattro mesi prima che Keber le togliesse la vita per poi suicidarsi. Secondo la ricostruzione del quotidiano, la donna contattata da Terrin sarebbe la quinta a aver sporto denuncia contro l'uomo.

La ex compagna non si è sottratta alla richiesta di Terrin, confermandole i propri timori: «Sì, mi metteva le mani addosso, e l'ha fatto anche con tutte le altre: alla madre di sua figlia ha spaccato tutti i denti davanti. È pericoloso, e c'è la concreta possibilità che l'episodio si ripeta, ovviamente dando poi la colpa a te».

L'ex compagna

Prima di conoscere Terrin, Keber era stato legato per sei anni a un'altra donna, con la quale aveva anche convissuto. Un rapporto che lei stessa descrive come segnato da un'escalation di violenza fisica e psicologica: pugni, calci, ossa rotte, insulti e minacce di morte. «Mi chiedo come ho potuto accettare tutto questo. Quando sei dentro a quel vortice, però, non capisci cosa sta succedendo. Credi di essere tu quella sbagliata: pensi che lui ti abbia picchiata perché te lo meritavi, per ciò che hai fatto. Sono finita al pronto soccorso tre volte. L'ho denunciato soltanto una. E nemmeno volevo farlo», ha raccontato la donna, spiegando di essersi presentata dai carabinieri non per denunciare Keber, ma per tutelarsi da una sua eventuale contro-denuncia: un gesto che ha comunque fatto scattare d'ufficio la procedura per violenza domestica.

La stessa donna racconta che i primi due anni della relazione erano trascorsi serenamente, prima che la situazione precipitasse: «L'ho conosciuto come una persona solare, attiva, socievole.

Nel tempo tutto è peggiorato: inizialmente capitava mi picchiasse circa una volta al mese, poi sempre più di frequente». Dopo essersi allontanata e trasferita a 600 chilometri di distanza, l'uomo sarebbe riuscito comunque a ritrovarla e a farla tornare da lui, anche dopo che una successiva fidanzata lo aveva a sua volta denunciato per violenza nel 2022.

La scusa della malattia

Secondo la testimonianza raccolta da Il Gazzettino, Keber avrebbe utilizzato la propria condizione di salute come giustificazione per i comportamenti violenti: «Ogni volta usava come scusa il diabete. Diceva che non era colpa sua se diventava violento, che lui era una persona buona, ma la sua malattia lo trasformava in "Mr. Hyde". Diceva proprio queste parole. Io mi sentivo in colpa a lasciarlo; credevo di essere l'unica che avrebbe potuto salvarlo». La donna precisa inoltre di non aver mai avuto contatti con le altre ex compagne di Keber, a eccezione di Tania Terrin, e di non essere stata a conoscenza, all'epoca, di quanto fosse accaduto alle altre.

L'omertà degli amici

Nel racconto emerge anche il ruolo di alcuni amici dell'uomo, che secondo la testimone erano al corrente delle violenze. «Quando ho sporto denuncia ho fatto anche i nomi di alcuni suoi amici che non solo sapevano tutto, ma ci avevano pure separati una volta in cui lui mi stava picchiando a sangue. Erano intervenuti per salvarmi. Quando sono stati interrogati, però, hanno difeso lui. Più avanti mi hanno detto di aver mentito perché non credevano la situazione fosse così grave». La donna ricorda anche le difficoltà incontrate nel cercare assistenza legale e psicologica dopo la denuncia: «Era agosto, tutti gli avvocati che ho chiamato erano in ferie e nessuno poteva seguirmi prima di due mesi. Ho chiamato il Telefono Azzurro per avere un supporto psicologico, il primo appuntamento disponibile era dopo la metà di settembre. Mi sono sentita completamente abbandonata a me stessa».

«Solo ora mi sento al sicuro»

Alla domanda su quando le sia passata la paura nei confronti di Keber, la donna ha risposto senza esitazioni: «Mai». E ha aggiunto: «Soltanto da quando ho saputo che si è tolto la vita mi sento al sicuro, libera di uscire». Per due anni, racconta, lei e il suo attuale compagno avrebbero evitato luoghi, eventi e persino compleanni comuni per il timore di incrociare l'uomo. Secondo la sua testimonianza, misure cautelari come braccialetto elettronico, obbligo di dimora e divieto di avvicinamento avrebbero potuto fare la differenza: «Non si doveva arrivare a questo. Andavano adottate le giuste misure prima. Tania si poteva salvare. Doveva essere tenuto in psichiatria dove era finito due settimane prima e dalla quale è uscito con una banale firma. Appena uscito è andato a ucciderla: era una tragedia annunciata».


Ultimo aggiornamento: giovedì 20 agosto 2026, 12:28

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