Tentata truffa all’Inps, assolta pensionata a Palmi: «La patologia era reale»

Pubblicato il: 15/09/2026 – 13:58

PALMI Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Palmi ha assolto F.D.C., pensionata incensurata, dall’accusa di tentata truffa aggravata ai danni dell’Inps. La sentenza, pronunciata oggi al termine del giudizio abbreviato, accoglie le conclusioni della difesa, rappresentata dall’avvocato Vincenzo Melara del Foro di Palmi, alle quali si era associato in udienza anche il pubblico ministero. La vicenda si inserisce nell’indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi su un filone di certificazioni mediche prodotte alle commissioni per l’invalidità civile.  Al centro dell’inchiesta uno specialista ospedaliero, S.A.M., accusato di falso e di una serie di truffe in concorso con i pazienti che si erano rivolti a lui per ottenere il riconoscimento dell’invalidità. Secondo l’accusa, anche il certificato allegato alla domanda di F.D.C. avrebbe descritto la sua patologia renale in termini più gravi del reale, così da orientare la commissione verso una percentuale non dovuta. In udienza preliminare la gran parte dei coimputati ha definito la propria posizione con messa alla prova o con il patteggiamento.  La difesa di F.D.C. ha invece chiesto lo stralcio della posizione e il giudizio abbreviato nella forma condizionata prevista dall’art. 438, comma 5, c.p.p.: decisione sugli atti delle indagini, ma con l’assunzione in aula di una prova ulteriore, l’esame di un consulente medico di parte.
Richiesta accolta dal Tribunale, con esame del consulente operato in aula nell’udienza dello scorso luglio ove il tecnico ha ricostruito la storia clinica della donna a partire dagli esami clinici eseguiti in una struttura pubblica prima del contatto con lo specialista, descrivendo i valori della funzionalità renale e concludendo che la patologia era reale e documentata e che avrebbe giustificato una percentuale di invalidità addirittura superiore a quella in concreto riconosciuta dalla commissione.
Nella discussione la difesa ha pertanto sostenuto che i dati clinici posti a base del certificato erano genuini e provenivano da un laboratorio pubblico; che non risultavano rapporti pregressi con lo specialista, compensi o intercettazioni a carico della donna; che gli stessi accertamenti della polizia giudiziaria la collocavano tra i pazienti effettivamente in cura presso il reparto, con controlli successivi alla visita; e che, trattandosi di una paziente cui spettava una percentuale persino più alta di quella richiesta, mancava in radice un profitto ingiusto. A sostegno sono state richiamate alcune recenti pronunce della Corte di cassazione in materia di truffa e invalidità civile. Il pubblico ministero ha concluso a sua volta per l’assoluzione ed il giudice, dopo la camera di consiglio, ha pronunciato sentenza d’assoluzione. «La signora ha atteso per anni la conferma di ciò che gli atti dicevano fin dall’inizio: era malata e aveva chiesto quanto le spettava», ha dichiarato l’avvocato Melara al termine dell’udienza.

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