Chissà se vedremo e sapremo mai che forma aveva Being Mortal, l’opera che l’autore e comico Aziz Ansari aveva pianificato dovesse essere il suo esordio alla regia di un film, prima che la produzione venisse stoppata a causa dei ‘comportamenti inappropriati’ sul set del protagonista Bill Murray. È dalle ceneri di quel progetto che nasce “Good Fortune”, commedia di buoni sentimenti e spiritualità edificante, quindi vero debutto di Ansari tra i più visti su Prime Video – dove, in Italia, è arrivato senza passare per una distribuzione in sala.
Di cosa parla Good Fortune
Stavolta come protagonista c’è lo stesso Ansari, strettosi nei panni strizzati di Arj, americano di seconda generazione e aspirante documentarista stipato in una vita di lavoretti miserabili e di nottate passate a dormire in macchina in attesa di trovarsi qualche danaro in più nelle tasche e quindi una sistemazione, mentre il padre tesse le lodi di quel cugino lì che ha fatto soldi a palate nella Silicon Valley dei tech bro.
Le ambizioni di Arj sono piccole e se le tiene strette nonostante tutto, non pensandoci due volte nel mettersi al servizio del frivolo imprenditore Jeff, interpretato da Seth Rogen, amico di Ansari e uno dei due attori rimasti in eredità da Being Mortal insieme a Keke Palmer, che di Arj è l’ostinato e battagliero interesse amoroso. Quando però viene licenziato in quattro e quattr’otto da Jeff, in suo soccorso arriva Gabriel (Keanu Reeves): un angelo custode.
Angelo custode sì, ma da discount. Uno di quelli di seconda fascia e quindi con le ali piccole, il cui unico compito è di solito occuparsi delle persone distratte alla guida. Anche lui ha le sue piccole ambizioni e gli fanno allora gola le grandi e folte ali che sfoggiano i suoi capi (Sandra Oh), a cui spettano compiti ben più prestigiosi come l'essere vere e proprie guide spirituali che indirizzano i mortali sulla retta via. Nell’intervento a favore di Arj c’è insomma un doppio fine, ma senza malizia.
Fiaba ironica con tanto di morale non sguaiata
A Reeves ormai non serve nemmeno più un taglio di capelli (di recente ci hanno provato nel tremendo Outcome di Jonah Hill, pippone autoassolutorio su AppleTV+), ma solo un cambio d’abito (piumaggio compreso) per passare da John Wick alla Los Angeles schizzata e irreale di Good Fortune. Ormai sono i personaggi che vestono il suo statuto di star anomala, posata, dalla parlata dimessa, e non il contrario.
Un carattere stralunato che aleggia alla perfezione sul mondo storpiato dalla gig economy, dalla gentrificazione e in piena crisi abitativa, da lavori pagati poco e con ritmi serratissimi che Ansari pone a fondale del film. Commedia che si stacca da questo sfondo di realismo per scendere quasi nel metafisico, galleggiando in toni che sospendono l’incredulità e accettano l’assurdità delle premesse – quasi a dire: tanto più assurdo dell’incommensurabile divario economico di trilionari che respirano lo stesso smog di gente costretta a dormire per strada cosa ci può essere?
In Good Fortune c’è qualcosa dell’ironia morale e in contrappasso di È una vita meravigliosa, il capolavoro di Frank Capra – che lo stesso Ansari cita tra le fonti di ispirazione, a partire ovviamente dalla figura dell’angelo. Il regista si muove con ingenuità positiva, quasi zuccherosa, in un impasto di hybris, di pasticci emotivi, di frutti proibiti e desideri smisurati. Lavora con simpatia mai sguaiata sulla caduta di Gabriel – esilaranti i passaggi per la scoperta progressiva dei piaceri per il cibo, l’alcol, le sigarette – ma poi oscilla pure con fare malinconico tra la piccola speranza per un futuro che sì, magari aspetta lì in avanti, e una realtà che quella speranza poi la contraddice quasi del tutto con una nota di cinismo prossimo alla pacifica rassegnazione.
Good Fortune resta comunque più dalle parti degli spigoli umorali, interessato principalmente all’aspetto umano, comportamentale e relazionale, che ad una vera e propria riflessione sull’abisso del tardo capitalismo e sulla lotta di classe – nonostante, comunque, si parli di associazionismo e sindacati, parole che negli Stati Uniti tuonano quasi sempre come bestemmie. Divertente e misurato.
Voto: 6.5
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