Trionfare senza essere sé stessi: la sfida vinta da Isabel Allende al Premio Planeta

Roma, 19 ottobre – Senhal, nom de plume, donne dello schermo, Clizie e lauri. La letteratura ha sempre giocato con i nomi, celando identità con pseudonimi ed eteronimi. La scrittrice cilena Isabel Allende, 84 anni, ha deciso di rispolverare la tradizione il 15 ottobre quando, sotto lo pseudonimo di Luz Ventura, si è aggiudicata il Premio Planeta con il romanzo La hora antes del alba (L’ora prima dell’alba), conquistando il più ricco riconoscimento letterario di Spagna: un milione di euro. Nomen omen, anche quando si tratta di un alias. Luz, ha spiegato Allende, richiama le figure femminili della Casa degli spiriti, Ventura la fortuna. Luce benedetta, e sia. Il romanzo torna infatti nell’universo del suo esordio letterario e libro di maggior successo, La casa degli spiriti (1982), e riprende la storia di Alba, nipote del patriarca Esteban Trueba e di Clara, dopo le torture subite durante la dittatura cilena. Una trama che difficilmente sarebbe potuta risultare anonima a chi conosce l’opera della scrittrice. Allende, peraltro, aveva presentato il romanzo al concorso con un titolo diverso, Los que faltan. Il regolamento del Planeta consente espressamente l’utilizzo di uno pseudonimo, destinato a cadere con la proclamazione del vincitore. Per Allende, insomma, una maschera provvisoria. Quanto alla decisione di partecipare al concorso, “non mi ero mai presentata per evitare l’umiliazione di arrivare ultima – ha detto la scrittrice –, ma ho deciso di correre il rischio perché era una sfida, come lo è stata risposarsi a ottant’anni. Alla mia età c’è ben poco da perdere”. D’altronde, il Planeta non è nuovo a simili scenari: nel 2021 a vincerlo fu Carmen Mola, sedicente professoressa madrilena. Sul palco, al momento della proclamazione, salirono invece tre uomini: Jorge Díaz, Antonio Mercero e Agustín Martínez, sceneggiatori che per anni avevano scritto sotto la stessa identità femminile.

L’inganno perfetto: due premi con due volti diversi

Ma c’è chi di una seconda identità ha fatto un’intera carriera. È il caso di Elena Ferrante, la più celebre delle scrittrici senza volto. E c’è, soprattutto, Roman Kacew, alias Romain Gary, alias Émile Ajar. Con gli ultimi due nomi lo scrittore conquistò due volte il premio Goncourt, nel 1956 per Le radici del cielo e nel 1975 per La vita davanti a sé, aggirando così il regolamento che impedisce di assegnare il riconoscimento due volte allo stesso autore. Per rendere credibile la seconda identità, Gary convinse Paul Pavlowitch, figlio di una sua cugina, a impersonare Émile Ajar davanti al pubblico e ai giornalisti. Inganno svelato solo dopo la sua morte, nel 1980, con la pubblicazione postuma di Vita e morte di Émile Ajar.

La fuga del doppio

"Quando uno ha una poetica e una voce riconoscibile, lo pseudonimo diventa un gioco senza troppo senso. Lo stile parla per lui”, osserva lo scrittore Matteo Nucci, secondo classificato al Premio Strega 2026 con Platone. Una storia d’amore, parlando in generale degli pseudonimi e precisando di non aver seguito la vicenda Allende. Ma il gioco può nascondere anche altre necessità. “Forse lo pseudonimo libera il proprio doppio”, suggerisce Roberto Barbolini, critico letterario e scrittore. Una parte dell’autore rimasta prigioniera delle aspettative che accompagnano il suo nome. “Gli editori tendono a volere lo stesso prodotto dagli autori già affermati”, osserva. “Lo pseudonimo potrebbe liberare una marcia in più, segreta”.

Ricominciare da zero

Ma perché cambiare nome, quando quello che già si possiede è conosciuto in tutto il mondo? J.K. Rowling, per esempio, cercava ciò che il suo successo le aveva tolto: essere letta senza aspettative. Nel 2013 pubblicò Il richiamo del cuculo sotto lo pseudonimo maschile di Robert Galbraith, costruendo per lui anche una biografia immaginaria. Stephen King, diventato Richard Bachman, voleva invece pubblicare più liberamente e mettere alla prova il proprio talento, lontano da una fama che ormai precedeva ogni suo nuovo libro. L’opera al centro, l’autore da parte.

Lo aveva già intuito Friedrich Nietzsche, che nel Viandante e la sua ombra osservava come il nome sul frontespizio rischiasse di compromettere il valore di un libro, portando il lettore a giudicarlo attraverso la personalità di chi lo aveva scritto.

Ma sparire e camuffarsi sono scelte diverse. Elena Ferrante ha sottratto il proprio volto ai lettori, Romain Gary ne ha inventato un altro, arrivando persino ad affidarlo a un interprete. “In un’epoca in cui”, afferma Barbolini, “proliferano alias e identità digitali, anche false, con la complicità dell’intelligenza artificiale, Allende potrebbe avere il desiderio di misurarsi con questo”. Ma anche quello di “sconsacrare il proprio nome: uno dei paradossi della letteratura”. Forse anche scherzare con il pubblico, con la sua smania di conoscere tutto, e tutti.

Per Orazio, che versificava nel I secolo avanti Cristo, scrivere voleva dire assicurarsi l’immortalità, lasciare un segno perenne del proprio passaggio, erigere “un monumento più duraturo del bronzo”. In tempi come questi, invece, anche l’oblio sembra essere un’opzione gratificante. Senz’altro remunerativa.