Trump perderà l'Alaska?

Alle elezioni di metà mandato del 3 novembre i Repubblicani, il partito del presidente Donald Trump, sono messi male in Alaska, uno stato storicamente conservatore e dove i Repubblicani vincono le presidenziali da oltre sessant’anni. Hanno concrete possibilità di vincere sia la candidata Democratica al Senato, Mary Peltola, che il candidato Democratico a governatore, Jonathan Kreiss-Tomkins: sarebbe un pessimo colpo per Trump, sia a livello simbolico (perderebbe uno stato dove la vittoria dei Repubblicani è praticamente scontata) sia politico, perché perdere un seggio al Senato significherebbe indebolire le possibilità del suo partito di mantenerne il controllo.

I buoni risultati di Peltola e di Kreiss-Tomkins si sono visti alle primarie, che in Alaska funzionano in modo diverso dagli altri stati: i candidati di tutti i partiti competono insieme e i primi quattro più votati avanzano alle elezioni di metà mandato. Sia Peltola che Kreiss-Tomkins hanno preso più voti di tutti, quindi anche dei candidati Repubblicani, e secondo diversi sondaggi sono favoriti anche alle elezioni di novembre. C’entra una certa insofferenza verso Trump, la cui popolarità è in calo da mesi, ma anche alcune caratteristiche peculiari dell’Alaska che premiano candidati che in altri stati non funzionerebbero.

L’Alaska è uno dei luoghi più particolari degli Stati Uniti: è rurale, isolato dal resto del paese e poco popolato. La sua economia si sostiene grazie alla pesca e ai giacimenti di petrolio e gas: un fondo pubblico redistribuisce ogni anno ai cittadini parte dei guadagni ottenuti dalle estrazioni petrolifere, solitamente uno o duemila dollari, ma allo stesso tempo è molto esposto alla crisi climatica. Questo avvantaggia candidati che riescono a mantenere un equilibrio tra la tutela dell’ambiente, delle comunità e delle tradizioni locali, e la difesa dei guadagni derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali.

Anche le elezioni di novembre sono particolari e si svolgono con un sistema di voto a scelta classificata: gli elettori possono indicare i quattro candidati in ordine di preferenza, dal più al meno apprezzato. Se nessuno ottiene più del 50 per cento delle preferenze come prima scelta, quello che arriva ultimo viene “eliminato” e i voti relativi alle seconde scelte espresse nelle schede in cui lui è arrivato primo vengono redistribuiti tra i candidati rimasti, e così via finché qualcuno non ottiene più del 50 per cento. Da quando è stato adottato questo sistema, nel 2020, le campagne elettorali sono diventate più positive e meno polarizzanti: non è interesse dei candidati inimicarsi gli elettori degli altri, perché tutti puntano a ottenere almeno le loro seconde o terze preferenze.

Le istruzioni per votare alle elezioni di metà mandato in Alaska

La situazione politica dell’Alaska rispecchia queste particolarità. Il candidato Repubblicano vince le elezioni presidenziali stabilmente dal 1968 (Trump nel 2024 vinse di oltre 13 punti percentuali), sono Repubblicani anche i due senatori dello stato, l’unico deputato e il governatore. Negli ultimi dieci anni però almeno una delle due camere del parlamento statale è stata controllata da una strana coalizione composta da Democratici, indipendenti e Repubblicani moderati; e stanno avendo sempre più successo candidati Democratici moderati e pragmatici, come Peltola e Kreiss-Tomkins.

Quest’anno poi Trump è particolarmente impopolare sia a livello nazionale sia in Alaska, dove secondo un sondaggio il suo tasso di approvazione sarebbe sotto il 40 per cento. I Democratici possono quindi sperare di ottenere una delle più significative vittorie in Alaska nella storia politica recente dello stato.

La candidata democratica al senato Mary Peltola giura come deputata nel 2022 (AP Photo/Jose Luis Magana)

Peltola ha 53 anni e sua madre è Yupik, uno dei principali popoli indigeni dell’Alaska. Fu eletta alla Camera degli Stati Uniti per l’unico seggio dell’Alaska nel 2022 battendo l’ex governatrice Repubblicana dello Stato, Sarah Palin. Nel 2024 Peltola non riuscì a farsi rieleggere perdendo di pochi punti percentuali. Da deputata Peltola è stata a capo della Blue Dog Coalition, il gruppo di deputati Democratici più centristi.

In generale, ha avuto un approccio centrista: ha assunto nel suo staff alcuni collaboratori del deputato Repubblicano Don Young, che aveva sostituito, e nel 2024 è stata sostenuta dalla più potente lobby delle armi statunitense, solitamente vicina ai Repubblicani. Sulle questioni ambientali ha sostenuto diversi progetti per trivellazioni petrolifere, anche andando contro il presidente Democratico Joe Biden, ma si è opposta alla proposta Repubblicana di rimuovere le tutele ambientali da una parte del Mare di Bering, che divide l’Alaska dalla Russia, e all’apertura di una miniera di rame, perché era impopolare a livello locale.

Peltola è molto attenta a mostrarsi come una candidata anzitutto dell’Alaska, senza cercare particolarmente di avere visibilità a livello nazionale. Il suo motto è “Prima l’Alaska” e quando la candidata Democratica alle presidenziali del 2024 Kamala Harris le ha dato il proprio sostegno per le elezioni di quest’anno, lei lo ha rifiutato e un suo portavoce ha detto: «Mary non cerca il sostegno di nessuno dei Lower 48 [cioè dei 48 stati degli Stati Uniti che stanno in basso rispetto all’Alaska, a sud del Canada]».

Peltola insiste molto sul suo legame con la pesca e le comunità locali: prima di essere deputata è stata direttrice esecutiva di una commissione che collabora con i popoli nativi per la gestione delle scorte di salmone. I punti principali del suo programma sono: abbassare il costo della vita, per cui propone sgravi fiscali per le famiglie a reddito medio e basso; il sostegno alla pesca; e una certa ostilità verso quello che definisce un «sistema truccato» che comprende sia i circoli politici di Washington, sia le grandi aziende che secondo lei mettono in crisi i piccoli produttori locali.

Questo approccio sembra star funzionando: Peltola ha vinto le primarie di agosto con quasi il 50 per cento dei voti, contro il 41 per cento circa del senatore Repubblicano uscente Dan S. Sullivan, sul quale secondo le medie dei sondaggi ha circa 1 punto e mezzo di vantaggio anche per le elezioni di novembre. Alle primarie è arrivato terzo, con circa il 2 per cento dei voti (quindi a enorme distanza dai primi due) l’insegnante in pensione Dan J. Sullivan.

La sua candidatura è stata opaca: si è registrato come Repubblicano il giorno stesso in cui l’ha presentata, ed è stato accusato proprio dai Repubblicani di essersi candidato solo per confondere gli elettori. Inizialmente era stato anche escluso per questo motivo, salvo poi essere riammesso dalla Corte Suprema dell’Alaska che ha accolto il suo ricorso. Sulle schede elettorali non era comunque indicato il suo partito politico per scelta dei funzionari elettorali statali.

Il candidato democratico per diventare governatore Jonathan Kreiss-Tomkins parla con alcuni elettori il 6 giugno 2026 (AP Photo/Becky Bohrer)

Anche il candidato Democratico per diventare governatore, Jonathan Kreiss-Tomkins, sta cercando di presentarsi come un politico capace di unire gli elettori Democratici e Repubblicani per risolvere i problemi dell’Alaska: il candidato vice governatore in coppia con lui è, per esempio, un politico indipendente. Kreiss-Tomkins ha peraltro 38 anni, se eletto sarebbe il governatore più giovane dell’Alaska, ed è stato deputato statale per 10 anni in un collegio dove alle presidenziali solitamente vincono i candidati Repubblicani.

Nella campagna elettorale ha insistito molto sulla volontà di regolamentare maggiormente il settore dell’intelligenza artificiale: propone, per esempio, di vietare la costruzione di nuovi data center in Alaska fino a quando il parlamento dello stato non approverà una regolamentazione completa sulla loro costruzione. Hanno fatto donazioni ingenti alla sua campagna elettorale anche vari ricercatori delle aziende d’intelligenza artificiale, soprattutto di Anthropic (l’azienda che ha sviluppato Claude), preoccupati per lo sviluppo rapido e incontrollato del settore.

Kreiss-Tomkins ha preso circa il 22 per cento dei voti alle primarie, ma gli è bastato per arrivare primo, perché c’erano altri 16 candidati: un altro Democratico, 12 Repubblicani e tre indipendenti. I voti si sono molto dispersi tra i candidati Repubblicani anche perché il governatore uscente, Mike Dunleavy, non si poteva ricandidare avendo raggiunto il limite di mandati. L’altro candidato Democratico, Tom Begich, è arrivato secondo con circa il 20 per cento dei voti. Ha però rinunciato a partecipare alle elezioni di novembre per far convergere i voti dei suoi elettori su Kreiss-Tomkins, che dovrà quindi confrontarsi con tre Repubblicani.

Questa situazione e il sistema elettorale a scelta classificata rende molto difficile fare delle previsioni: Kreiss-Tomkins quasi sicuramente vincerà per numero di prime preferenze, ma gli elettori Repubblicani potrebbero indicare i tre candidati del partito come migliori tre preferenze e consentire a uno di loro di batterlo comunque.