L'ha uccisa con numerose coltellate, lasciandola in un lago di sangue prima di fuggire lontano, verso il suo Abruzzo dove si è costituito. "Ho ammazzato la mia compagna". Sono state queste le uniche parole che Marco Panichi, 53 anni, è riuscito a dire ai carabinieri di Avezzano, il paese della Marsica dove è nato e vissuto e dal quale si separava spesso in cerca di fortuna in altre regioni.
E, proprio in Lombardia, era arrivato in estate per alcuni lavori adatti alla sua professione, il termotecnico. Lì, a Cuirone - borgo del comune di Vergiate, nel Varesotto - aveva trovato un appartamento in affitto dove, di tanto in tanto, andava a trovarlo la sua compagna, di origine colombiana. Un rapporto nato poco più di un anno fa e presto diventato burrascoso, con le liti che si facevano sempre più frequenti, come raccontano i vicini. E proprio al termine dell'ennesima discussione è spuntato quel coltello da cucina con cui Panichi ha ucciso la 36enne Grey Noralba Sanmartin Villalba, la sua 'esposa', come la chiamava lui stesso in uno dei tantissimi post social che li ritraggono insieme.
Due giorni fa la donna aveva raggiunto il suo compagno in quel piccolo appartamento preso in affitto al pianterreno di uno stabile dove vivono una manciata di famiglie. La mattina seguente i vicini raccontano di aver sentito delle urla provenire dalla casa. Con ogni probabilità la coppia, poco conosciuta nel comprensorio, stava avendo una delle tante discussioni. Poi uno strano silenzio. "Verso le dieci del mattino la mia vicina ha sentito delle urla, penso stessero litigando - dice una donna che vive nel comprensorio -. Lei stava per chiamare i carabinieri ma poi ha notato che la situazione si è tranquillizzata". Nessuno avrebbe mai immaginato che in quell'appartamento, riversa a terra nella camera da letto c'era il cadavere di quella donna colombiana vista il giorno prima, colpita da numerose coltellate al corpo e al collo dal suo fidanzato. E, accanto, l'arma del delitto. "Da quando lui si è traferito qui ai primi di luglio - continua la donna - noi l'abbiamo visto poco, tre o quattro volte. Non vivevano insieme sicuramente".
Subito dopo il femminicidio, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Panichi si è poi messo in macchina. Ha percorso 700 chilometri per raggiungere Avezzano, la terra dei suoi genitori. Ed è stato proprio il papà la prima persona a cui si è rivolto il figlio. Gli ha confessato quello che era successo qualche ora prima e poi ha deciso di raggiungere la caserma dei carabinieri. Ai militari ha ripetuto quello che aveva già detto ai suoi parenti: "ho ucciso la mia compagna". Una confessione che ha attivato immediatamente i carabinieri di Gallarate che hanno inviato sul posto alcune pattuglie. Una volta aperta la porta dell'appartamento, gli investigatori hanno avuto conferma di quanto raccontato dall'uomo, poi sottoposto a fermo e portato al carcere di Avezzano, in attesa dell'interrogatorio di garanzia che si terrà lunedì prossimo.
La salma della donna, invece, è stata portata all'Istituto di Medicina Legale di Pavia per l'autopsia che sarà dirimente anche per verificare il racconto dell'uomo. Secondo quanto riferito dal suo legale, infatti, Panichi si sarebbe difeso dal tentativo di aggressione da parte della sua compagna, che sarebbe andata in escandescenza. "Lui ha detto che l'aggressione non è partita da lui, è partita dalla donna, gelosissima", spiega l'avvocato Leonardo Casciere aggiungendo che "aveva un coltello in mano" e il suo assistito ha riportato diverse lesioni nel tentativo di difendersi. "Ha delle ferite da difesa, sia sul braccio sinistro, molto profonda, che sulla mano destra - ha aggiunto -. Ha anche molte altre ferite". Una ricostruzione, per il momento, tutta da verificare.
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