Ugolize: «Non facciamo ridere, stiamo dando sfogo a un disagio»

Come per molte delle cose più riuscite online, anche Ugolize è nato quasi per gioco. Oggi, quel progetto creato da tre amici è uno dei fenomeni digitali più riconoscibili del panorama internet italiano, con milioni di persone che ogni giorno si ritrovano nelle sue iconiche vignette. Merito anche di un linguaggio ironico immediatamente riconoscibile, che racconta contraddizioni generazionali, rapporti umani, lavoro, tecnologia e piccoli paradossi della vita quotidiana attraverso un umorismo che nasce dall'osservazione del reale e che trova in quella stessa immedesimazione degli utenti una delle principali ragioni del suo successo.

Anzi, è proprio intercettando tutte quelle ansie e abitudini tipiche dell'oggi che, a poco a poco, Ugolize ha anche superato i confini anagrafici che normalmente definiscono il pubblico dei social, parlando sì ai giovani, ma anche a chi giovane non lo è più da un po'. E, nel frattempo, da quella prima vignetta pubblicata online sono già passati dieci anni.

«Alla fine, Ugolize non è altro che uno specchio delle nostre vite e delle nostre situazioni quotidiane. Siamo tre normalissimi ragazzi che cercano di sopravvivere all’età adulta, tra email a cui non vorremmo mai rispondere e la perenne sensazione di essere in ritardo su qualcosa». Ad ammetterlo sono Mattia Marangon, Pietro Alcaro e Samuele Rovituso, le tre menti che hanno dato vita a quella che, ormai, è diventata molto più di una semplice pagina social.

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Rosdiana Ciaravolo//Getty Images

Ugolize compie dieci anni. Ma partiamo dal principio: qual è l’idea che ha dato inizio a tutto?

Ugolize è nato totalmente per gioco, volevamo solo uno spazio dove sfogare la nostra creatività e il nostro umorismo, ridendo di quelle sfighe quotidiane che un po’ tutti viviamo. Insomma, un modo per esprimerci e, allo stesso tempo, un angolo per permettere a chi ci seguiva di spezzare la monotonia (e a volte l’ipocrisia) dei social. Da questo gioco è nato un linguaggio che, quasi a nostra insaputa, ha intercettato un bisogno collettivo.

A proposito di bisogno collettivo, quando avete capito che la pagina social stava diventando qualcosa di molto più grande?

Abbiamo capito che la cosa era scappata di mano quando abbiamo iniziato a incrociare le nostre vignette ovunque al di fuori della pagina. Te le mandava la zia su WhatsApp senza sapere che fossero tue, le vedevi stampate e appese sulla porta di qualche ufficio o nelle storie Instagram dei personaggi famosi. Lì è stato chiaro che qualcosa stava cambiando: Ugolize non era più solo un passatempo ma stava diventando una cosa maledettamente seria.

Immaginavate anche solo lontanamente di poter raggiungere milioni di persone? (1,4 milioni solo su Instagram, ndr)

Assolutamente no. Se dieci anni fa qualcuno ci avesse detto che un giorno avremmo raggiunto decine di milioni di persone, probabilmente gli avremmo riso in faccia. La viralità sui social è strana: quando i numeri iniziano a crescere a dismisura e vediamo tutti quegli zeri, la nostra mente quasi non li processa. Sembrano appunto solo dei numeri su uno schermo. Te ne accorgi davvero solo quando incontri le persone dal vivo e capisci che dietro quei click ci sono esseri umani veri, con le stesse sfighe nostre e con la stessa nostra voglia di prendere il mondo con più leggerezza.

C’è stato un contenuto in particolare che ha segnato un punto di svolta, che ha creato una connessione autentica con la community?

Più che un singolo post, la svolta è arrivata quando abbiamo iniziato a toccare il filone del lavoro e dei temi più impegnati. Quando pubblichi una vignetta sulle condizioni precarie di lavoro in Italia, sugli stipendi che non salgono e sulle micro-ansie quotidiane e lavorative, sotto al post trovi centinaia di commenti di persone che si sfogano e raccontano le proprie storie. Lì ci siamo resi conto che non stavamo semplicemente facendo ridere, ma stavamo dando voce a un disagio reale ed eravamo una sorta di megafono per una comunità di persone che si sentiva finalmente capita e legittimata a ridere per non piangere.

Dietro Ugolize siete in tre. Qual è il contributo di ognuno? E chi sono oggi Mattia, Pietro e Samuele, al di fuori della pagina?

In realtà i confini tra i nostri ruoli sono molto fluidi: pensiamo quasi all’unisono e ci contaminiamo a vicenda. Certo, c’è Samuele che è specializzato nella parte visiva e di editing, mentre Mattia e Pietro si occupano di più della parte editoriale e di collaborazioni, ma il contributo più grande di ciascuno di noi è saper smontare l’idea dell’altro quando non fa abbastanza ridere. O quando è decisamente troppo cinica, persino per i nostri standard. Per il resto, siamo esattamente le stesse persone che prendiamo in giro nelle nostre vignette. L’unica vera differenza rispetto a dieci anni fa è che ormai abbiamo sviluppato una specie di deformazione professionale: oggi, quando ci capita una sfiga colossale o una situazione surreale nella vita privata, la prima reazione è dire: "Ok, questa domani finisce dritta sulla pagina".

Ecco, quanto delle vostre esperienze personali finisce nelle vignette?

Praticamente il 99%. Non potremmo parlare di sindrome dell’impostore, di burnout o della voglia di lanciare il PC dalla finestra durante una call se non ci fossimo passati noi stessi, o se non l’avessimo visto succedere ai nostri amici. Ugolize per noi è una specie di psicoterapia gratuita: prendiamo le nostre frustrazioni reali e le trasformiamo in contenuti. Se leggete una nostra vignetta e pensate "Oddio, ma questa è la mia vita", la risposta è sì, ma probabilmente era la vita di uno di noi il giorno prima.

Dopo aver conquistato i social siete arrivati anche in libreria con Avventure fuori dagli sche(r)mi. Che cosa avete scoperto di Ugolize portandolo fuori dall’ambiente in cui era nato?

Volevamo portare il nostro cinismo anche sulla carta, ma soprattutto fuori dai social. Il web ti abitua a un consumo rapidissimo, un click e via, mentre un libro ti impone di rallentare: non puoi fare swipe se una pagina richiede un attimo di attenzione in più. E vedere che la gente compra il libro, lo tiene sul comodino o lo regala all’amico disoccupato ci ha fatto capire che Ugolize è un progetto che ha un impatto positivo e reale nella vita delle persone.

In dieci anni, intanto, sono cambiati algoritmi, piattaforme e modalità di fruizione dei contenuti. Come vi immaginate Ugolize nel 2036?

In dieci anni gli algoritmi ci hanno fatto impazzire e le piattaforme sono cambiate trecento volte. Per i prossimi dieci, l’obiettivo principale è dipendere sempre meno dai capricci dei vari social network. Ci piacerebbe far evolvere Ugolize esplorando nuovi formati, magari l’animazione, i video lunghi o portando il progetto ancora di più nel mondo reale con eventi e collaborazioni offline. Le piattaforme cambieranno ancora, è inevitabile, ma l’importante per noi è solo una cosa: mantenere la nostra voce, spietata e onesta, qualunque sia il mezzo per diffonderla.

Di cosa andate più fieri?

Raramente ci viene chiesto quanta fatica si faccia a far sembrare le cose semplici. Togliere parole, ripulire il disegno e trovare la sintesi perfetta per farti ridere e riflettere in tre secondi richiede un lavoro di sfoltimento mentale micidiale. Ma la cosa di cui andiamo più fieri, e che non diciamo spesso, è il dietro le quinte umano: il fatto che dopo dieci anni, siamo ancora amici e continuiamo a ridere come dei cretini per le stesse identiche cavolate dell’inizio.

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Appassionata di nuovi e vecchi media e studiosa in via d’evoluzione dei servizi multimediali over-the-top, scrivo principalmente di grande e piccolo schermo e sostenibilità ambientale. 

Dopo aver mosso i primi passi come PR Consultant per Prime Video, sono passata dall’altra parte del “palco”, abbracciando il mondo del giornalismo. Ho scritto, tra gli altri, di cinema per Sky TG24, di innovazione per Innovando News e di attualità per il Corriere del Trentino, per poi approdare nel mondo di Hearst. 

Nella mia vita ideale The Office è in loop, sono circondata da animali e le Dolomiti fanno da sfondo. Anagraficamente Gen Z, sono Millennial nella vita di tutti i giorni: eternamente nostalgica, fingo di saper usare TikTok, ma non ho mai abbandonato le agende cartacee.